articolo inviatoci da Guglielmo Militello
La legge sulle intercettazioni ideata dal ministro Alfano e dall’avvocato del premier Ghedini appena passata alla camera avrà conseguenze sociali particolarmente gravi per non dire disastrose: essa non inficia soltanto l’ambito giuridico (non sarà più possibile eseguire delle intercettazioni telefoniche o mediante video se non si possiede la prova che l’indiziato stia compiendo un reato) ma anche quello giornalistico e della libera informazione ( si può parlare dei processi solo una volta che vengono pubblicate le sentenze).
Queste due immediate conseguenze di una proposta di legge “criminale” e anticostituzionale ( va contro l’articolo 21 della Costituzione che sancisce il diritto d’informazione da parte dei cittadini) meritano un’accurata analisi e un’attenta riflessione.
Con questa legge risulterà dunque impossibile svolgere indagini su soggetti particolarmente pericolosi per il Paese, a partire da tutti coloro che sono collusi con la mafia; è inutile dire come ciò indebolirà notevolmente il nostro sistema giuridico favorendo l’aumento della criminalità e lo stesso vale per i reati economici.
In altri paesi occidentali, come in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, è vero che non si può parlare di un processo se non a sentenza emessa, tuttavia lì la macchina giudiziaria è tre volte più veloce rispetto a quella italiana e chiaramente se ne può parlare in tempi brevi. Poiché in Italia, invece, la giustizia va particolarmente a rilento è necessario, al fine di avere un’opinione pubblica informata, fornire subito una cronaca dell’iter processuale.
In Italia si tenta di bloccare le intercettazioni fatte da magistrati – e non quelle fatte da società private- perché la magistratura, essendo organo indipendente, non è facilmente “controllabile” come avviene invece per i servizi segreti, da parte del governo.
Purtroppo nel contesto italiano sarà molto difficile opporsi a tale legge, sebbene sia necessario farlo se si tiene almeno un po’ a quell’alto concetto che prende il nome Giustizia.
Queste due immediate conseguenze di una proposta di legge “criminale” e anticostituzionale ( va contro l’articolo 21 della Costituzione che sancisce il diritto d’informazione da parte dei cittadini) meritano un’accurata analisi e un’attenta riflessione.
Con questa legge risulterà dunque impossibile svolgere indagini su soggetti particolarmente pericolosi per il Paese, a partire da tutti coloro che sono collusi con la mafia; è inutile dire come ciò indebolirà notevolmente il nostro sistema giuridico favorendo l’aumento della criminalità e lo stesso vale per i reati economici.
In altri paesi occidentali, come in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, è vero che non si può parlare di un processo se non a sentenza emessa, tuttavia lì la macchina giudiziaria è tre volte più veloce rispetto a quella italiana e chiaramente se ne può parlare in tempi brevi. Poiché in Italia, invece, la giustizia va particolarmente a rilento è necessario, al fine di avere un’opinione pubblica informata, fornire subito una cronaca dell’iter processuale.
In Italia si tenta di bloccare le intercettazioni fatte da magistrati – e non quelle fatte da società private- perché la magistratura, essendo organo indipendente, non è facilmente “controllabile” come avviene invece per i servizi segreti, da parte del governo.
Purtroppo nel contesto italiano sarà molto difficile opporsi a tale legge, sebbene sia necessario farlo se si tiene almeno un po’ a quell’alto concetto che prende il nome Giustizia.
Questo articolo è scritto con l’obiettivo di portare ad una domanda che vorrei rivolgere a tutti.
Facciamo finta di essere nel futuro,facciamo anche finta di parlare di un mondo ancora violento,in cui non c’è pace,e non parlo di guerre e calamità,ma di quella mancanza di senso che molti uomini avvertono da quando nascono fino alla morte. Passa il tempo e finalmente gli scienziati trovano un nuovo farmaco,qualcosa che fa grande scalpore,”la droga x” la chiamano.
Ora,si sta parlando di qualcosa di completamente nuovo,un prodotto innovativo,diverso da tutte le altre droghe. La droga x si prende una sola volta nella vita, perché una nuova dose non serve. Provoca piacere,dicono i medici,ti fa vivere in un sogno senza tempo dove non sai se si parla di eternità o di pochi secondi. Tuttavia questa droga non ti fa capire che ti trovi in un sogno,ti fornisce allucinazioni così vivide,delle quali non sospetterai mai nulla. Ti offre un tipo di piacere nuovo,non solo fisico,ma anche psichico,dove le tue emozioni,sensazioni e domande trovano pace.
Ora aggiungiamoci pure che questi brillanti scienziati trovino uno straordinario modo di allungare la vita umana,ibernando il corpo,diciamo …..per un migliaio di anni.
Non passa molto tempo che droga e ibernazione si uniscono in un progetto comune grazie al progredire della scienza,offrendoti la possibilità del “paradiso in terra”,come viene chiamato il progetto dalla pubblicità appena apparsa in televisione.
Solo in tempi moderni si è veramente dato retta a ciò che hanno da dire i tossici. Sono stati film come “Trainspotting” che hanno fatto capire che l’unica cosa che il drogato odia della sua vita sono quei momenti in cui non è sotto l’effetto della droga che prende. L’esigenza di disintossicarsi nasce dallo scarso rapporto di tempo che c’è tra la breve sensazione di piacere che ti offre la coca e il lungo tempo che impieghi a cercare la nuova dose. La droga x risolve questo problema. Ho sentito dire che il vero male della droga non è quello che ti fa ma come ti lascia dopo che te lo fa. Ma torniamo al nostro racconto.
Cerchiamo di dare un minimo di eticità a questi nostri scienziati e mettiamo che lascino a chi decide di farsi ibernare drogandosi della “x”,la libertà di scegliere se una volta trovatosi nell’eterno sogno vorrà avere la facoltà di ricordarsi che è solo tutta finzione,e quindi la libertà di prendere l’antidoto per la droga,e uscire dall’ibernazione incapaci di sopportare la menzogna. Infatti questo farmaco è proprio perfetto,a differenza delle altre droghe non dà alcuna dipendenza,ed effettivamente chi vuole può decidere di riprendere la propria vita di sempre.
Il mondo assisterà quindi ad una divisione:ci sarà chi prendendo il farmaco troverà il proprio paradiso per sempre (o comunque per moltissimo tempo),poi altri prenderanno il farmaco e magari una volta fuori non vorranno più saperne nulla,un terzo gruppo invece,probabilmente una volta fuori, vorrà di nuovo ritornare ibernato,questa volta per sempre e senza sapere che vive nella finzione,e infine un ultimo esiguo gruppo di uomini non vorrà nemmeno mai provare tutto ciò per un proprio principio etico.
La domanda che penso ognuno si dovrebbe fare,credo sia la seguente: in quale dei quattro gruppi mi collocherei?
Un quesito che inizialmente può sembrare sciocco dato che si tratta di una storiella futuristica inventata ma che mette in rapporto due elementi che purtroppo non sono mai riuscito a veder andare d’accordo: la felicità e la verità.
Penso a Leopardi che invidia le pecore,e a molti altri autori che chiaramente ci hanno fatto capire questo:il fine ultimo dell'uomo è essere felice o arrivare alla verità? La cosa certa è che nella realtà in cui viviamo per ridere dobbiamo ignorare (a meno che non ridiamo della verità che non esiste come suggeriva Nietzsche) anche se allora si potrebbe obiettare che per ignorare,qualcosa dovevamo conoscere fin da prima. Questo è un bel problema su cui molti autori hanno riflettuto. Forse da qui però può nascere la volontà di accettare che nell'assoluto queste due entità possano coincidere. Ma questo apre un discorso troppo ampio e che si discosta dalla domanda.
Freud diceva che l’umanità ha rinunciato a molto dell’es(quella parte dell'io che contiene le spinte pulsionali .ndr) per un po’ di sicurezza …. Io penso che se per sicurezza intendiamo tutto ciò che possiamo solo vedere e toccare,allora farei certamente parte del primo gruppo di individui.
Alberto Patella
Estratto di un racconto scritto da un amico,Alberto Patella.Una città costruita interamente in legno è minacciata dal divampare di un terribile incendio.Un misterioso eroe,intenzionato a risolvere il problema,si reca dalla regina della città che lo mette alla prova con una riflessione sul senso ultimo degli eventi accaduti.
La regina sorrise ancor di più,con quello sguardo colmo di affetto che può esserci tra un figlio ed una madre. Cambiò lievemente posizioni sul trono e iniziò il suo discorso. – La considerazione essenziale,riguarda principalmente i meccanismi generali al cui interno siamo coinvolti-.
Dopo una brevissima pausa,dove ella si schiarì la voce debole e stanca,tutto continuò :
-Osservando il mondo,spesso si nota la sua perfetta logica,come un meccanismo ben oliato. Le emozioni di noi esseri,le liti,l’amore,l’odio,gli eventi ed in generale ogni relazione della città,sembrano incastrarsi perfettamente tra loro. Tutto segue una sua logica,termine che non deve ingannarvi dal momento che non si tratta di qualcosa che possiamo comprendere nel suo sviluppo,ma solamente percepirne la presenza. Vi parlo,o miei sudditi, di una logica astratta,che vede anche negli errori,o i più grandi colpi di scena,come ad esempio il fatto che abbia elogiato proprio ora un servo che non conoscevo,collocarsi in un disegno complessivo del quale non vediamo mai la fine,ma che percepiamo come costante e invadente. Sia che si guardi la carestia imperversare,sia che ci si perda nella contemplazione di queste splendide linee naturali-,ed indicò la colonna proprio dietro di loro,-tutto sembra rientrare in un perfetto gioco di meccanismi,come un teatro dove agli attori viene lasciata la libertà di improvvisare su una parte già scelta in precedenza.
Compreso dunque,che i ruoli già li conosciamo,possiamo conoscere anche i confini del teatro in cui essi recitano?
A te,nostro salvatore,pongo questa domanda che ti accompagnerà nel tuo cammino,e ancora altri quesiti ho per te. Dunque nelle nostre azioni c’è un disegno,ma ciò vale anche quando vedo i miei sudditi morire per la fame? O quando un nostro fratello muore per malattia,o perché scivola da qualche torre di legno,o perché un terremoto,come in lontani giorni è successo,squarcia la nostra città o infine,perché le fiamme di un incendio enorme e perenne brucia i nostri corpi? Perché anche ciò ci affligge? L’incendio è un fenomeno totalmente svincolato dal nostro agire,eppure ne paghiamo le conseguenze,chiediamoci se c’è una logica dietro tutto questo. Vi dico allora,che occorre modificare il nostro modo di vedere le cose per capire da dove è nato l’incendio,cambiare il nostro punto di vista,infatti se si vuole sconfiggere una cosa,prima bisogna comprenderne la nascita. Vi dirò quindi come quella logica astratta di cui parlavo prima,può essere applicata anche per l’incendio infernale. Se ogni evento esterno al nostro volere,esterno alla costruzione della città,si pone in relazione con noi esseri,ecco che tutto prende forma,relazione che va ricercata nel fine degli eventi,e non nella causa. Non intendo assolutamente affermare che il fuoco sia venuto per portarci benefici per chissà quale motivo divino e imperscrutabile,esso ci uccide,ci sfinisce,e impariamo da lui solo morte. Dico però,che le fiamme nascono dallo stesso meccanismo che regola il nostro esistere in questa città,e il relazionarci ad essa. A questo punto le ipotesi sono due: o esseri e incendio camminano su due binari paralleli che non si incroceranno mai,oppure la strada è la stessa,ma noi siamo lentissimi a percorrerla e comprenderla,e l’incendio è così veloce nel suo avanzare,che non lo riconosciamo come legato a noi. C’è qualcuno tra di voi,dei più saggi e perspicaci,il quale afferma che gli dei creatori sono così vasti,crudeli,e tanto è il loro potere,che ignorerebbero perfettamente la scomparsa della nostra città e dei suoi abitanti,invece io vi dico che noi fratelli e il creato che ci circonda,siamo la stessa cosa. Si! Mi riferisco anche all’incendio. Solamente che noi siamo una manifestazione mille volte più complessa e quindi più lenta,rispetto al semplice fuoco distruttore.
Noi ci autodefiniamo,siamo liberi di agire,e comprendiamo con lentezza ed erroneamente il gioco di meccanismi che ci sovrasta,il fuoco,invece,non si autodefinisce,agisce,esso non è niente,brucia e basta. Una tale lontananza tra noi e l’incendio ci vede quindi, come figli di una stessa volontà che si respingono a vicenda,come una lotta tra due fratelli dove il più grande,è anche il più insensibile e stupido,ma anche il più forte,e per evitare che un giorno il proprio fratellino più debole,mille volte più intelligente ma ancora lento nel suo apprendere,possa spodestarlo,lo uccide. Per finire,vorrei paragonare ancora ciò che ho detto ad una grande opera di teatro,come se ne facevano un tempo. Sapete infatti,che il ruolo di un attore è molto più complicato del semplice addetto alle luci,chi improvvisa su una parte deve saper piangere,ridere,muoversi correttamente,e non è un caso che gli attori posseggano doti particolari a differenza di coloro che semplicemente si occupano di aprire e chiudere il sipario o accendere una determinata luce. Infatti,il pubblico comprende spesso unicamente il significato delle varie parti nella recita,pensa che l’accendersi di una luce,o la posizione di un cespuglio in un determinato luogo,siano solo casuali invenzioni scenografiche,non hanno alcun ruolo al fine di una corretta riuscita della rappresentazione. Eppure,per chi si intende un minimo di recitazione,ciò non è vero,anche gli aspetti diversi e meno comprensibili di un’opera teatrale hanno il loro ruolo,anche i meno complessi come il semplice cespuglio di cartone che sta alle spalle dell’attore. Ecco allora che per me gli esseri sono come gli attori,e l’incendio è come il cespuglio alle nostre spalle,o la luce che si accende,tutto frutto di uno stesso meccanismo artistico,mi rammarico solo del fatto che non esista un vero pubblico-.
Alberto Patella
Quanto resta di genuinamente democratico nell'attuale sistema di governo italiano?
Prima di provare a rispondere con qualche considerazione alla nostra domanda, è il caso di dare qualche garanzia ai lettori: questo non è - avete la nostra parola - uno dei soliti articoli che parlano semplicemente di quanto poco sia democratico Berlusconi e il suo modus agendi; sebbene egli sia effettivamente ben poco democratico lo scopo di questa analisi politica non si esaurisce in questa contingenza.
Se, infatti, ci fermiamo al significato originario del termine democrazia come potere del popolo, sarebbe molto ingenuo affermare che sia colpa del solo Berlusconi se oggi il popolo ha perso parte del suo potere; basti pensare ai fatti del dopoguerra e della prima Repubblica. Dobbiamo dunque ammettere che nell'Italia postfascista la democrazia non è stata mai davvero tale fino in fondo. A una tale constatazione segue una seconda domanda: la colpa è solo delle varie circostanze sfavorevoli (la pressione delle potenze straniere prima, poi la corruzione a tutti i livelli e nei suoi più vari significati) oppure è il sistema ad essere strutturalmente inadeguato a garantire un'effettiva gestione dal basso del potere?
La domanda non è affatto scontata; sulla risposta che potremo darvi si gioca la sorta di tutta la retorica dell'attuale politica non solo dell'Italia ma dell'intero Occidente; essa è fondata sul mito dell'eccezionalità della democrazia occidentale, un' eccezionalità che legittima non solo il nostro diritto a difenderla, ma anche quello di esportarla altrove con la forza. E, dato che il modello occidentale di democrazia è generalmente quello rappresentativo (quello che si basa cioè sulla delega del potere dal popolo a un numero relativamente ristretto di rappresentanti eletti) e che questo - essendo anche il caso italiano - ci riguarda più da vicino, la nostra domanda può essere espressa più propriamente in questi termini: delle libere elezioni sono sufficienti a garantire una reale partecipazione del popolo nella gestione del potere?
Di questo tema parla diffusamente Amartya Sen ne "La democrazia degli altri"; nella nostra breve disamina proveremo a prendere come guida alcune illuminanti citazioni da questo testo.
Senza la possibilità per il popolo di informarsi sui temi caldi di governo, di discuterne liberamente e senza paura e, soprattutto, di influenzare direttamente con la propria opinione le decisioni dei governanti, l'essenza stessa della democrazia cade nel nulla. Il perchè è fin troppo ovvio. Una votazione che sia davvero razionale richiede determinate competenze sulle questioni che concernono la nazione: la pessima abitudine degli Italiani di votare "un partito per tutta la vita", di comportarsi nei riguardi della propria fazione politica come ci si comporta con la propria squadra del cuore, è quanto di più dannoso per la democrazia possa esserci.
Specie perchè se non si è abbastanza critici nei confronti delle stesse persone che noi, con il nostro voto, abbiamo eletto, il popolo perde qualsiasi controllo sull'operato effettivo dei suoi rappresentanti. Si può eleggere qualcuno in cambio di determinate garanzie e quelle garanzie possono venir disattese - e abitualmente lo sono; se per lo stesso elettore ciò non ha la dovuta importanza, se sottovaluterò le mancanze del "mio" partito politico e continuerò a rieleggerlo nonostante tutto per faziosità, sentimentalismo o semplice abitudine, gli stessi governanti si sentiranno in diritto di mantenere la loro pessima abitudine di ritenersi privi di qualsiasi dovere e responsabilità nei confronti del popolo. Ma questa è precisamente una forma di oligarchia, che di democratico non ha più null'altro che il nome.
Peggio ancora, poi, quando sono gli stessi governanti ad adoperarsi affinchè il popolo resti nell'ignoranza - per interesse o per la vecchia convinzione che il popolo, come un eterno bambino, ha bisogno di essere guidato dall'alto con mano salda per il suo stesso bene.
Ci sentiamo di affermare che la gravissima manovra a danno dei siti internet a scopo informativo rientri appieno nel primo caso. Chiaramente nessuno di noi è a favore della "libera diffamazione". E' vero altresì che la formulazione di una simile norma, più che una tutela dei diritti di qualsiasi cittadino, sembra essere un cappio pronto a stringersi intorno al collo degli informatori di rete più molesti: chi di noi gestori di piccoli e medi blog o siti a scopo informativo può garantire al 100% di essere sempre in grado di eseguire una rettifica entro le 48 ore, in qualsiasi periodo dell'anno venga richiesta? E chi di noi potrebbe, essendo accusato ingiustamente o solo per qualche mero dettaglio formale di diffamazione, permettersi le spese legali che un'equa difesa comporta?
Probabilmente è di stampo simile l'intero Disegno di Legge sulle Intercettazioni, sebbene in questo caso la discussione sia molto più complessa dato che spesso da parte di una certa stampa è stato effettivamente violato il diritto alla privacy degli intercettati riguardo questioni non strettamente inerenti al risvolto politico o legale della faccenda (i quali invece, riguardando l'intera comunità, dovrebbero poter essere legittimamente pubblicati una volta rimosso il segreto.)
Una violazione sostanziale della democrazia ben più grave è rappresentata dall' estensione del Segreto di Stato anche a questioni che riguardano località e modalità della costruzione delle centrali nucleari : scelta presa probabilmente per evitare che il popolo potesse esprimere, a livello locale, la propria opposizione: doppiamente grave perchè da un lato ostacola la presa di consapevolezza proprio di chi sarà più coinvolto, perchè risiedente nel territorio interessato; dall'altro si oppone frontalmente ad una chiara e netta espressione della diffidenza popolare nei confronti di una tale forma di approvigionamento energetico (i referendum del 1987).
La stessa forma di deliberato disinteresse nei riguardi della volontà popolare è stata manifestata da ben due governi (si vedano al riguardo un intervento di Berlusconi e uno di Prodi) riguardo la annosa e dibattuta questione sulla TAV. In questo caso i cittadini si sono avvalsi del loro diritto (e dovere) di informarsi, discutere pubblicamente questioni di interesse locale e nazionale e di partecipare ad una sorta di confronto e deliberazione pubblica informale, quali forse possono essere considerate, in qualche modo, le mobilitazioni di massa. Ci sentiamo di dire che il popolo ha espresso abbastanza chiaramente la propria opinione al riguardo. Riteniamo del tutto antidemocratica la scelta di ignorare la volontà dei cittadini coinvolti - se non di tutti, perlomeno possiamo dire di una consistente fetta - e di ritenersi legittimati ad utilizzare addirittura la forza per garantirsi da qualsiasi opposizione diretta degli abitanti del territorio.
Detto ciò, crediamo di aver mostrato abbastanza chiaramente come delle elezioni pubbliche da sole non siano affatto garanzia di una forma di governo democratica. Anzi, riteniamo che attualmente la democrazia pura non trovi quasi nessuna applicazione in Occidente, e di certo non nei paesi con un sistema rappresentativo. Partendo da questo dato di fatto assodato, possiamo altresì ammettere che per gli Stati nazionali una vera e propria democrazia diretta (cioè in cui il popolo è chiamato a decidere direttamente delle leggi e delle loro applicazioni) presenterebbe ad oggi non pochi problemi - per decidere su determinate questioni serve senza dubbio una competenza che va oltre quella dell'attuale uomo medio. Per adesso non ci sono formulazioni efficienti della democrazia diretta, ma ciò non vuol dire che non se ne troveranno in futuro; pertanto, riteniamo che non dovremmo mai stancarci di aspirare a quella meta.
Per quanto riguarda l'attuale stato delle cose, siamo certi che anche in un sistema rappresentativo che voglia funzionare a dovere il governo eletto non debba mai trascurare il proprio legame con il popolo; e viceversa che il popolo non debba mai dimenticare di essere l'unico reale detentore del potere. Il diritto (nonchè dovere) all'informazione, alla discussione, alla deliberazione pubblica è fondamentale per qualsiasi Democrazia rappresentativa che voglia restare tale e salvaguardarsi da una deriva oligarchica altrimenti inevitabile.
Aaron Allegra.
[Leggi...]
Prima di provare a rispondere con qualche considerazione alla nostra domanda, è il caso di dare qualche garanzia ai lettori: questo non è - avete la nostra parola - uno dei soliti articoli che parlano semplicemente di quanto poco sia democratico Berlusconi e il suo modus agendi; sebbene egli sia effettivamente ben poco democratico lo scopo di questa analisi politica non si esaurisce in questa contingenza.
Se, infatti, ci fermiamo al significato originario del termine democrazia come potere del popolo, sarebbe molto ingenuo affermare che sia colpa del solo Berlusconi se oggi il popolo ha perso parte del suo potere; basti pensare ai fatti del dopoguerra e della prima Repubblica. Dobbiamo dunque ammettere che nell'Italia postfascista la democrazia non è stata mai davvero tale fino in fondo. A una tale constatazione segue una seconda domanda: la colpa è solo delle varie circostanze sfavorevoli (la pressione delle potenze straniere prima, poi la corruzione a tutti i livelli e nei suoi più vari significati) oppure è il sistema ad essere strutturalmente inadeguato a garantire un'effettiva gestione dal basso del potere?
La domanda non è affatto scontata; sulla risposta che potremo darvi si gioca la sorta di tutta la retorica dell'attuale politica non solo dell'Italia ma dell'intero Occidente; essa è fondata sul mito dell'eccezionalità della democrazia occidentale, un' eccezionalità che legittima non solo il nostro diritto a difenderla, ma anche quello di esportarla altrove con la forza. E, dato che il modello occidentale di democrazia è generalmente quello rappresentativo (quello che si basa cioè sulla delega del potere dal popolo a un numero relativamente ristretto di rappresentanti eletti) e che questo - essendo anche il caso italiano - ci riguarda più da vicino, la nostra domanda può essere espressa più propriamente in questi termini: delle libere elezioni sono sufficienti a garantire una reale partecipazione del popolo nella gestione del potere?
Di questo tema parla diffusamente Amartya Sen ne "La democrazia degli altri"; nella nostra breve disamina proveremo a prendere come guida alcune illuminanti citazioni da questo testo.
"E' di cruciale importanza rendersi conto che la democrazia ha esigenze che vanno ben oltre quelle dell'urna elettorale[...]In realtà, le elezioni sono solo un modo - benchè sicuramente uno dei più importanti - per dare un'efficacia concreta ai dibattiti pubblici, ammesso che la possibilità di votare si accompagni a quella di parlare, e di ascoltare, senza paura. Il significato e il valore delle elezioni dipendono in modo sostanziale dalla possibilità di una discussione pubblica aperta. " capitolo I - "Democrazia e discussione pubblica", pagina 8.
Senza la possibilità per il popolo di informarsi sui temi caldi di governo, di discuterne liberamente e senza paura e, soprattutto, di influenzare direttamente con la propria opinione le decisioni dei governanti, l'essenza stessa della democrazia cade nel nulla. Il perchè è fin troppo ovvio. Una votazione che sia davvero razionale richiede determinate competenze sulle questioni che concernono la nazione: la pessima abitudine degli Italiani di votare "un partito per tutta la vita", di comportarsi nei riguardi della propria fazione politica come ci si comporta con la propria squadra del cuore, è quanto di più dannoso per la democrazia possa esserci.
Specie perchè se non si è abbastanza critici nei confronti delle stesse persone che noi, con il nostro voto, abbiamo eletto, il popolo perde qualsiasi controllo sull'operato effettivo dei suoi rappresentanti. Si può eleggere qualcuno in cambio di determinate garanzie e quelle garanzie possono venir disattese - e abitualmente lo sono; se per lo stesso elettore ciò non ha la dovuta importanza, se sottovaluterò le mancanze del "mio" partito politico e continuerò a rieleggerlo nonostante tutto per faziosità, sentimentalismo o semplice abitudine, gli stessi governanti si sentiranno in diritto di mantenere la loro pessima abitudine di ritenersi privi di qualsiasi dovere e responsabilità nei confronti del popolo. Ma questa è precisamente una forma di oligarchia, che di democratico non ha più null'altro che il nome.
Peggio ancora, poi, quando sono gli stessi governanti ad adoperarsi affinchè il popolo resti nell'ignoranza - per interesse o per la vecchia convinzione che il popolo, come un eterno bambino, ha bisogno di essere guidato dall'alto con mano salda per il suo stesso bene.
Ci sentiamo di affermare che la gravissima manovra a danno dei siti internet a scopo informativo rientri appieno nel primo caso. Chiaramente nessuno di noi è a favore della "libera diffamazione". E' vero altresì che la formulazione di una simile norma, più che una tutela dei diritti di qualsiasi cittadino, sembra essere un cappio pronto a stringersi intorno al collo degli informatori di rete più molesti: chi di noi gestori di piccoli e medi blog o siti a scopo informativo può garantire al 100% di essere sempre in grado di eseguire una rettifica entro le 48 ore, in qualsiasi periodo dell'anno venga richiesta? E chi di noi potrebbe, essendo accusato ingiustamente o solo per qualche mero dettaglio formale di diffamazione, permettersi le spese legali che un'equa difesa comporta?
Probabilmente è di stampo simile l'intero Disegno di Legge sulle Intercettazioni, sebbene in questo caso la discussione sia molto più complessa dato che spesso da parte di una certa stampa è stato effettivamente violato il diritto alla privacy degli intercettati riguardo questioni non strettamente inerenti al risvolto politico o legale della faccenda (i quali invece, riguardando l'intera comunità, dovrebbero poter essere legittimamente pubblicati una volta rimosso il segreto.)
Una violazione sostanziale della democrazia ben più grave è rappresentata dall' estensione del Segreto di Stato anche a questioni che riguardano località e modalità della costruzione delle centrali nucleari : scelta presa probabilmente per evitare che il popolo potesse esprimere, a livello locale, la propria opposizione: doppiamente grave perchè da un lato ostacola la presa di consapevolezza proprio di chi sarà più coinvolto, perchè risiedente nel territorio interessato; dall'altro si oppone frontalmente ad una chiara e netta espressione della diffidenza popolare nei confronti di una tale forma di approvigionamento energetico (i referendum del 1987).
La stessa forma di deliberato disinteresse nei riguardi della volontà popolare è stata manifestata da ben due governi (si vedano al riguardo un intervento di Berlusconi e uno di Prodi) riguardo la annosa e dibattuta questione sulla TAV. In questo caso i cittadini si sono avvalsi del loro diritto (e dovere) di informarsi, discutere pubblicamente questioni di interesse locale e nazionale e di partecipare ad una sorta di confronto e deliberazione pubblica informale, quali forse possono essere considerate, in qualche modo, le mobilitazioni di massa. Ci sentiamo di dire che il popolo ha espresso abbastanza chiaramente la propria opinione al riguardo. Riteniamo del tutto antidemocratica la scelta di ignorare la volontà dei cittadini coinvolti - se non di tutti, perlomeno possiamo dire di una consistente fetta - e di ritenersi legittimati ad utilizzare addirittura la forza per garantirsi da qualsiasi opposizione diretta degli abitanti del territorio.
Detto ciò, crediamo di aver mostrato abbastanza chiaramente come delle elezioni pubbliche da sole non siano affatto garanzia di una forma di governo democratica. Anzi, riteniamo che attualmente la democrazia pura non trovi quasi nessuna applicazione in Occidente, e di certo non nei paesi con un sistema rappresentativo. Partendo da questo dato di fatto assodato, possiamo altresì ammettere che per gli Stati nazionali una vera e propria democrazia diretta (cioè in cui il popolo è chiamato a decidere direttamente delle leggi e delle loro applicazioni) presenterebbe ad oggi non pochi problemi - per decidere su determinate questioni serve senza dubbio una competenza che va oltre quella dell'attuale uomo medio. Per adesso non ci sono formulazioni efficienti della democrazia diretta, ma ciò non vuol dire che non se ne troveranno in futuro; pertanto, riteniamo che non dovremmo mai stancarci di aspirare a quella meta.
Per quanto riguarda l'attuale stato delle cose, siamo certi che anche in un sistema rappresentativo che voglia funzionare a dovere il governo eletto non debba mai trascurare il proprio legame con il popolo; e viceversa che il popolo non debba mai dimenticare di essere l'unico reale detentore del potere. Il diritto (nonchè dovere) all'informazione, alla discussione, alla deliberazione pubblica è fondamentale per qualsiasi Democrazia rappresentativa che voglia restare tale e salvaguardarsi da una deriva oligarchica altrimenti inevitabile.
Aaron Allegra.
Continua da: "Un difetto di forza, di vita, di quello che chiamiamo cuore" - 1°
[Leggi...]
"Levin fu rafforzato in questa supposizione anche perchè aveva osservato che suo fratello non si prendeva affatto maggiormente a cuore le questioni del bene generale e dell'immortalità dell'anima, di quel che non avrebbe fatto per quelle d'una partita a scacchi o della ingegnosa struttura d'una nuova macchina."
Anna Karenina, pag 366. - Lev N. Tostoj
Tolstoj non si limita solamente ad aprire e mostrarci un sentiero dell'animo umano.
Fa di più. Lo inizia a percorrere per noi. Ci mostra per primo quali sono i segni da osservare.
La cura del bene priva di forza, vita e cuore, ha una sintomo ben preciso che rafforza Levin nella sua supposizione nei riguardi del fratello.
Levin si accorge che per suo fratello "le questioni del bene generale e dell'immortalità dell'anima" non godevano di un posto privilegiato, quel posto cui solo il cuore porta le grandi questioni di ogni uomo e le erge ad essenziali.
A questo si rifaceva lo stesso Socrate a noi pervenuto per mezzo di Platone, quando insegnava ai giovani concittadini di occuparsi della cura delle virtù e non delle ricchezze, del corpo e delle vanità, perchè queste sarebbero nate di conseguenza.
"Non dalla ricchezza nasce la virtù, ma che dalla virtù deriva, piuttosto, ogni ricchezza e ogni bene, per l'individuo come per gli stati."
Apologia di Socrate, Cap 17 - Platone
Il rischio cui ci espone una ricerca del bene unicamente intellettualistica è di non calibrare l'accento sulle questioni essenziali.
Un rischio più che mai attuale negli anni in cui la tecnica ha raffinato la sua efficacia anestetizzante, la quale ci permette di posticipare continuamente e per tutta la vita la ricerca da dedicare alle questioni esistenziali di ogni uomo.
Anche se riuscissimo ad anestetizzare il dolore che la mancaza di ricerca e di risposte provoca la vita chiede(rà) conto.
Evitare conseguenze che non siano frutto delle nostre scelte o che almeno non vibrino della nostra ricerca richiede quella forza di vita e di cuore cui Levin ci richiama.
Evitare conseguenze che non siano frutto delle nostre scelte o che almeno non vibrino della nostra ricerca richiede quella forza di vita e di cuore cui Levin ci richiama.
"To live is the rarest thing in the world. Most people exist, that is all."
L'anima dell'uomo sotto il socialismo - Oscar Wilde
Gabriele Pergola
In alto: "La virtù soggioga il vizio", Giambologna. Museo nazionale del Bargello, Firenze. Secolo XVI.
cfr. Anna Karenina - Lev N. Tostoj, pag 365-366. traduzione di Leone Gunzburg, editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli. 2006
Violati nella loro intimità, forzati a conoscere prematuramente una realtà che avrebbero dovuto scoprire a tempo debito nel dono reciproco consapevole, costretti a vivere in modo distorto questa realtà così preziosa che è la sessualità. Questo è il volto di coloro che in questo uragano mediatico sono stati lasciati nell' ombra: i bambini e gli adolescenti vittime degli abusi sessuali commessi da parte del clero cattolico.
Si è osservata infatti a livello mediatico una tendenza a preoccuparsi prevalentemente del danno che scandali simili avrebbero potuto causare alla Chiesa.Il risultato è stato che l'unico legittimo “interesse” che sia dovere della stessa Chiesa tutelare, ossia il rispetto della Giustizia e della dignità della persona, è stato sacrificato a meri calcoli politici e ad una timorosa apologetica fine a se stessa. Come altro valutare infatti la tendenza a mettere davanti a tutto la difesa dell'immagine, in particolare di quella del Pontefice? E soprattutto quali fattori hanno portato a questa gravissima miopia? La più ovvia, e allo stesso tempo la più terribile, delle cause che hanno generato la colpa prima e l'omertà poi è un'evidente debolezza nel senso di responsabilità morale (quella responsabilità morale che ci impone di non recare danno al nostro prossimo) e civica (quella responsabilità civica che ci impone di denunciare chiunque commetta ingiustizia senza tenere in considerazione i nostri interessi privati) dei colpevoli e di coloro che hanno scelto di coprirli.
In secondo luogo, questa scelta è frutto di una secolare tendenza a fraintendere gli scopi propri e legittimi della Chiesa Cattolica e finanche, diremmo, la sua stessa ragion d'essere.
La Chiesa Cattolica non è una società per azioni. Tra i suoi doveri non rientrano il tutelare a tutti i costi, anche a torto, gli interessi di alcuni azionisti. La Chiesa non è neppure un partito politico. La cura della sua immagine mediatica per non perdere potenziali elettori dovrebbe quindi esserle estranea o venire considerata quantomeno un fine secondario.
La Chiesa Cattolica Cristiana è una comunità religiosa.
Suo unico senso e scopo è farsi testimone di un messaggio. Principi di quel messaggio sono virtù quali la giustizia, la compassione, l'umiltà e la mitezza. Una gestione dell'autorità ecclesiastica in modo non solo difforme, ma anche profondamente contraddittorio tali principi, è qualcosa che tradisce profondamente la ragione d'essere della Chiesa.
Riguardo il timore che scandali pubblici e lo sfruttamento mediatico degli eventi – da molti operato spesso non solo per voglia di giustizia, ma anche con la finalità di screditare e combattere una Chiesa per vari e non sempre legittimi motivi odiata – potessero infangare l'immagine della Chiesa e essere usati a pretesto per danneggiare la diffusione della stessa religione cristiana, i fatti parlano da sé. Si è visto quanto ha giovato alla reputazione della Chiesa una politica di copertura a oltranza. Col senno di poi sarebbe stato forse meglio ammettere l'esistenza di un problema e dimostrare con i fatti, e nella più totale trasparenza, di volerlo affrontare con tutte le proprie forze. Ma soprattutto sarebbe stato più giusto nei confronti tanto delle vittime quanto della comunità dei fedeli.
Infatti è anche nei riguardi dei fedeli che le autorità coinvolte hanno commesso un torto. Il torto di pensare, forse, più in termini di casta che in termini di Comunità. L'idea che un problema simile debba essere affrontato a porte chiuse unicamente dai vertici del Vaticano è figlia della concezione fallace e dannosa per cui l' unica Chiesa che “conta”, l'unica Chiesa con voce in capitolo nelle questioni di vitale importanza, è quella delle Gerarchie. Le stesse gerarchie che hanno dimenticato, forse, che nel loro operato non solo sono responsabili “dei” fedeli, ma sono anche responsabili “verso” i fedeli – parte integrante, e non certo secondaria, della Chiesa.
Appare doveroso quindi, da parte di noi Chiesa Cattolica, un esame di coscienza. Ancor di più perchè tra le cause della pedofilia c'è, probabilmente, un errato sviluppo della sfera sessuale e affettiva, forse anche per colpa della cattiva educazione sessuale operata nei seminari e nelle comunità in cui i responsabili degli abusi sono cresciuti. In che modo infatti nella loro infanzia e adolescenza queste persone hanno sentito parlare del sesso? In che modo gli è stato insegnato a gestire le proprie pulsioni? Non è un segreto per nessuno il fatto che il rapporto tra i cristiani e il sesso non sia stato certo tutto rose e fiori.
Rinnovare profondamente il modo in cui si educa alla sessualità, ma prima di tutto il modo in cui la si concepisce e la si vive, deve essere una priorità a cui il cristiano non deve in alcun modo rinunciare, per eliminare alla base l'esistenza di tali comportamenti disonorevoli e forieri di vergogna per la Chiesa tutta.
di Pietro lo Re e Aaron Allegra
" Un difetto di forza, di vita, di quello che chiamiamo cuore "
"Kostantin Lévin guardava al fratello come a un uomo di enorme intelligenza e istruzione, nobile nel significato più alto di questa parola e dotato anche della facoltà di agire per il bene generale. Ma nel profondo dell'animo suo, quanto più diventava maturo e conosceva da vicino suo fratello, tanto più spesso gli veniva in mente che questa facoltà di agire per il bene generale di cui egli si sentiva affatto privo, forse non era neppure un pregio, ma, al contrario, un difetto di qualche cosa, non un difetto di buoni, onesti, nobili desideri e gusti, ma un difetto di forza, di vita, di quello che chiamano cuore, di quella tendenza che costringe l'uomo, fra tutte le innumerevoli vie della vita che gli si presentano, a sceglierne una e a desiderar questa sola. Quanto più imparava a conoscere il fratello, tanto più notava che e Serghjéj Ivanovic' [suo fratello ndr.] e molti altri che agivano per il bene generale non erano stati portati dal cuore a quest'amore per il bene generale, ma con l'intelligenza avevano giudicato che occuparsi di questo era bene, e solo perciò se n'erano occupati."
Anna Karenina - Lev N. Tostoj, pag 365-366.
Kostantin Lèvin importante mattone di "Anna Karenina", disegnato poco prima dal fratello come "[..] un intelligenza, sia pure abbastanza veloce, ma tuttavia sottomessa alle impressioni del momento e perciò pierna di contraddizioni." viene adesso fatto carico d'avvertire seppure in modo rozzo che persino la cura del bene (comune) possa essere svilita della macanza di amore.
Ma per come (miratamente) è ritagliato il pezzo, sembra che Tostoj ci voglia proporre ad una difettosa cura del bene un'alternativa prettamente sentimentale, ad appannaggio dei fortunati che hanno un cuore intelligente.
C'è qualcosa che stride nel condannar chi per leggittime e adeguate ragioni purtroppo per lui non "portate dal cuore", decide di curar il bene comune?
La risposta ce la regala lo stesso Lévin poco dopo.
Continua a: "Un difetto di forza, di vita, di quello che chiamiamo cuore" - 2°
Continua a: "Un difetto di forza, di vita, di quello che chiamiamo cuore" - 2°
Gabriele Pergola
cfr. Anna Karenina - Lev N. Tostoj, pag 365-366. traduzione di Leone Gunzburg, editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli. 2006
Avrete notato tutti che da circa una settimana è presente un nuovo banner nella colonna destra del sito: il Tagliaverba.
Il TagliaVerba è la nostra prima rubrica, per ora con scadenza bisettimanale, ed è incentrata essenzialmente sulle citazioni. Frasi celebri, aforismi, brevi teorizzazioni, poesie: tutto quanto può aiutare a comprendere la nostra immagine del mondo, e possibilmente a spiegare l'attualità, rientra nel nostro campo di scelta. Ai pezzi "ritagliati" seguirà sempre un breve commento degli Autori del blog, o una sintetica riflessione.
Abbiamo anche ritoccato leggermente la veste grafica e caratterizzato meglio i link e i collegamenti alle diverse sezioni del sito. Inoltre oggi abbiamo inaugurato la sezione "Approfondimenti", ovviamente dedicata ai saggi degli Autori del blog che non siano catalogabili, per via di una particolare complessità o lunghezza, tra i comuni e più "leggeri" Articoli; l' approfondimento di oggi è la prima parte di un breve excursus sulla storia della Filosofia della Mente da Cartesio ai giorni nostri. Ci auguriamo che lo troviate di vostro gradimento.
Alcuni prossimi aggiornamenti:
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lo Staff
Il rapporto tra mente, corpo e realtà esterna: da Cartesio a Kant
di Aaron Allegra.
Da sempre, lo studio del rapporto tra mente, corpo e realtà esterna è un argomento centrale di ogni
visione che voglia fornire una concezione completa dell’uomo.
Nel corso dei secoli i vari filosofi il cui interesse è stato catturato dalle incertezze e dalle oscurità di
questa zona d’ombra del reale sono giunti agli esiti più disparati, esiti su cui ha influito certamente
la differenza di temperamento, di esperienze e di personalità di chi di volta in volta si dedicava
all’analisi della struttura di questi rapporti.
Ma, pur nella grande varietà delle innumerevoli risposte filosofiche che i secoli ci hanno
tramandato, si possono individuare - sia pure all’interno dell’irriducibile differenziazione delle
singole visioni – delle correnti di pensiero ben delineate nelle loro linee portanti.
Nel corso del Medioevo e del Rinascimento, dopo la grande ricchezza e varietà filosofica dell’età
greco-romana, sono essenzialmente due le visioni a dividersi la supremazia dell’immaginario
collettivo, senza che nessuna delle due riesca a prevalere nettamente sull’altra se non per brevi
periodi temporali: anzi, esse spesso finiranno per intrecciarsi fecondamente, dando luogo ad esiti
originali e spesso produttivi. Sono il filone aristotelico (di cui si diffondono diverse interpretazioni
che, in merito all’anima, sono spesso in contrasto tra loro), e quello platonico e neoplatonico.
Se la corrente aristotelica spazia dalla visione tomistica dell’anima come forma del corpo a quella
dei filosofi arabi - decisamente più materialisti - la presenza e la diffusione della Chiesa Cattolica,
in cui la teologia tomistica aveva particolare forza, non dà modo al platonismo di spingersi verso
posizioni di estrema e netta separazione della mente dal corpo, né di un totale disprezzo della sfera
corporale dell’uomo. La visione complessiva sulla natura dell’uomo di quel periodo presenta una
distinzione tra le due sfere, quella mentale-spirituale e quella corporea, ma senza che esse arrivino
ad essere due principi completamente contrapposti e separati, come saranno ritenuti invece
all’inizio della modernità. L’unità sostanziale dell’uomo non viene in fondo messa in discussione e,
sebbene nel corso del tempo si siano presentati spesso degli estremismi in un senso e nell’altro, la
persona è vista come un sinolo indivisibile di anima e corpo.
Nella modernità avviene una svolta decisiva, nel segno del conflitto e della separazione tra questi
due aspetti del reale. Con Cartesio si presenta una scissione, che non è solo la scissione tra i principi
che si presume compongano l’uomo nella sua interezza, ma è anche e di conseguenza la rottura del
rapporto primitivo e ingenuo tra l’uomo e il mondo esterno.
Se prima, infatti, la visione metafisica tradizionale, sotto l’influsso del tomismo, riteneva che
l’esperienza della realtà fosse qualcosa di immediato, ora ogni pretesa conoscitiva dell’uomo viene
messa in discussione dalle fondamenta. La mente dell’uomo non è più capace di far presa in modo
spontaneo e privo di filtri sul mondo esterno. Anzi, più precisamente ancora l’uomo, in quanto
essere pensante, cessa totalmente di essere parte della natura. Il principio pensante viene inserito
nella realtà materiale dall’esterno, e ne resta sempre profondamente separato. Ciò avrà esiti per certi
versi disastrosi, i cui effetti sono visibili oggi più che mai. Questo scarto non avrà effetti nefasti solo
in metafisica e nelle visioni antropologiche, ma avrà conseguenze importanti anche nel campo della
morale, dove regneranno per secoli filosofie dell’indiscriminato diritto di dominio dell’uomo sul
mondo naturale e materiale: filosofie, per dirla con termini moderni, della “volontà di potenza”.
Bisogna ripetere che noi non intendiamo affatto affermare che lo sviluppo delle differenti tendenze
prese in esame sia avvenuto linearmente nel modo in cui noi lo abbiamo sopra descritto, né
tantomeno che esse esauriscano il campo delle proposte filosofiche medioevali e della prima
modernità. Ci stiamo limitando a prendere in esame alcune delle correnti che riteniamo di
particolare rilevanza per i loro effetti sul mondo moderno, peraltro con una schematizzazione che
sia per la nostra formazione tutt’altro che completa ed enciclopedica, sia per la natura stessa di uno
schema di questo tipo, lascia evidentemente fuori dalla nostra analisi molti aspetti senza dubbio
importanti delle correnti di pensiero e del tema argomento di questo studio.
Chiarito questo, è bene riprendere le fila del nostro discorso.
Esclusa la sfera della soggettività dalla realtà materiale, essa resta spogliata di molte delle qualità,
quasi antropomorfe, che prima le si attribuivano. Il mondo esterno, la res extensa , diventa preda
unicamente di forze cieche e brute, delle forze causali con cui la sfera della libertà e della
spiritualità umana non ha niente a che fare. Poco a poco, le categorie che prima l’uomo attribuiva
alla realtà, perdono la loro concretezza ontologica. O meglio, vengono respinte all’interno del
campo della coscienza umana. Col tempo, viene messa in discussione l’esistenza effettiva di
qualcosa come una “causa finale”, in un mondo che diviene un insieme meccanicistico di parti
distinte: tutto ciò che è materia e, in maniera drammatica, anche i corpi viventi, perdono l’unità
sostanziale che prima veniva attribuita loro.
Tutto è scomponibile dall’uomo, anzi, tutto nasce già scomposto: non esiste alcuna forma
unificatrice che garantisca che un corpo umano sia qualcosa di più che il mero agglomerato dei suoi
organi.
In questa prospettiva, la scienza acquisisce la più completa libertà di sperimentazione e di studio su
tutto ciò che ha un’estensione e può essere numerato. La materia è un puro insieme di parti, mosse
unicamente secondo le leggi della meccanica: non esiste alcun principio unificatore che faccia di
quel corpo un tutto vivente che, in quanto tale, esiga rispetto. Le disastrose conseguenze che hanno
fatto seguito alle pretese di onnipotenza della scienza sulla sfera fisica sono, oggi, sotto gli occhi di
tutti.
Il principio della scissione tra corpo e mente viene postulato in maniera organica in una delle
principali opere di Cartesio, le Meditazioni Metafisiche, sebbene egli ne faccia cenno anche nel suo
Discorso sul Metodo.
Le Meditazioni Metafisiche sono tutte tese alla risoluzione del problema della verità, o meglio, del
rapporto tra pensiero e realtà ( come avrà da dire più avanti nel corso dell’opera, è indubbio che le
idee in quanto tali esistano; incerto è, semmai, se ad esse corrisponda qualcosa di affine nel mondo
esterno).
Nella Prima Meditazione Cartesio si domanda di cosa si abbia ragione di dubitare. L’intero mondo
delle percezioni umane viene subito messo in forse: se talvolta i sensi ingannano, per quale ragione
non dovrebbero dimostrarsi fallaci sempre? E, se anche è vero che su certe informazioni sensoriali
l’evidenza non porta ragioni di dubbio, d’altro canto è altrettanto vero che nei sogni ci si presentano
sensazioni altrettanto chiare, a cui non per questo corrisponde un’affine situazione nella realtà.
Come distinguere dunque il sogno dalla realtà?
A questa prima ragione di dubbio se ne aggiungono poi altre. Infatti, ragiona Cartesio, se anche
ammettessimo che persino le immagini che sogniamo debbano pur derivare da qualcosa nella
realtà, sia pure qualcosa di più semplice e basilare delle immagini che si presentano alla nostra
mente, a ciò si potrebbe rispondere con un’altra assunzione capace di mettere in scacco le basi
stesse della conoscenza: se siamo stati creati da un Dio onnipotente, cosa vieta che Egli non ci
tragga costantemente in inganno le nostre percezioni e finanche i nostri ragionamenti?
D’accordo, si ritiene anche che Dio sia, oltre che onnipotente, anche infinitamente buono. Ma se
così fosse, perché ci avrebbe creati capaci di ingannarci anche solo qualche volta? E se si negasse
l’esistenza di Dio, allora “poiché ingannarsi ed errare appare essere un’imperfezione, quanto
meno potente sarà l’autore che si assegnerà alla mia origine, tanto più sarà probabile che io sia
così imperfetto da ingannarmi sempre”.
Il filosofo non riesce a trovare niente da obiettare a questa assunzione: pertanto, tutto ciò che
solitamente riteniamo di sapere della realtà viene messo tra parentesi, e il suo giudizio sulla vecchia
conoscenza viene sospeso: non potendone dimostrare con certezza la verità, è senz’altro meglio non
tenerla in nessun conto.
Ma, prosegue Cartesio, se anche io venissi ingannato su tutto, certamente non potrei essere
ingannato sul fatto di esistere: è necessario essere qualcosa, per poter essere ingannati. Bisogna
capire cosa sia quel qualcosa la cui esistenza è indubitabile. Innanzitutto, per poter essere ingannati,
è necessario poter pensare. Quindi l’uomo è essenzialmente un principio pensante. Non certo il
corpo, o qualsiasi altro principio corporeo, perché non sono affatto necessari al pensare o all’essere
ingannati, né tantomeno la loro esistenza è autoevidente alla ragione. A differenza del pensiero, che
è requisito indispensabile a poter assumere qualcosa, sia pure qualcosa di falso.
E concretamente, quali sono le proprietà indispensabili all’essere una cosa che pensa?
Il “dubitare, l’intendere intellettualmente, l’affermare, il negare, il volere, il non volere, ed anche
l’immaginare e il sentire”.
Tutte queste attività, afferma Cartesio, non possono venir distinte dal pensiero; quindi, sono delle
qualità reali della res cogitans.
E per quanto riguarda l’immaginare e il sentire, Cartesio ritiene che la presa di queste due capacità
conoscitive sulla realtà sia quantomeno debole: anche ammettendo che le cose corporee esistano,
prenderne coscienza significa comprenderle con la mente, non esperirle con i sensi: le loro qualità
fisiche, infatti, possono mutare in modi che la stessa immaginazione non può prevedere.
Dall’intuizione fondamentale di cui sopra – cioè l’autoevidenza dell’esistenza dell’io in quanto res
cogitans – Cartesio desume il principio secondo cui è degno di fede tutto ciò che si presenta alla
ragione come chiaro e distinto. E’ a questo punto che il modo di impostare la ricerca della verità
nelle Meditazioni Metafisiche giunge ad una svolta: infatti, non si può negare l’esistenza delle idee
in quanto tali, cioè come pure rappresentazioni dell’intelletto. In questo senso, la loro verità di cose
non viene messa in dubbio. Con un’analisi particolarmente sottile e attenta, Cartesio giunge alla
conclusione che è invece problematica la loro pretesa di rispecchiare qualcosa che, nel mondo
esterno, esista davvero e sia loro corrispondente.
Ma anche nell’ autoevidenza della realtà dell’io e delle idee come oggetti del pensiero, resta sempre
valida l’obiezione secondo cui un Dio onnipotente potrebbe comunque ingannare la mente umana,
anche qualora essa prenda in esame concetti perfettamente chiari.
Cartesio passa dunque ad impegnarsi nella dimostrazione dell’esistenza di quel Dio che, oltre che
onnipotente, possiede per definizione ogni perfezione e, quindi, anche quella della bontà infinita: un
Dio infinitamente buono non può certo trarre sistematicamente in inganno le sue creature.
Giacchè di ogni idea non va considerata soltanto la realtà formale, cioè quella dell’idea in sé stessa,
ma ha anche in qualche modo quella dell’oggetto che essa rappresenta, appare evidente che la causa
di ogni idea deve contenere in sé stessa una uguale o maggiore perfezione del contenuto dell’idea
causata. E che dire allora dell’idea di Dio, inteso come l’Essere sommo? Dato che il soggetto
pensante non è perfetto – quantomeno non è perfetto in atto– evidentemente non ha potuto generare
da sé stesso un’idea che, invece, ha la caratteristica di possedere ogni perfezione già attuata. La
causa della realtà “oggettiva” di una tale idea non potrà essere che, appunto, un ente che possieda
tutte le qualità in essa descritte in atto al massimo grado. Quindi, è certo che un tale Dio esista
realmente.
A questo punto della discussione, l’analisi del filosofo seicentesco delinea una situazione in cui la
mente è del tutto isolata dal mondo circostante, e può salvarsi da questo baratro solo affidandosi alla
veridicità e alla bontà di un Dio onnipotente; di certo non tramite le proprie risorse, le cui pretese
conoscitive Cartesio mette sistematicamente in dubbio.
In seguito, quando l’ escamotage di utilizzare la perfezione divina come garante della
corrispondenza tra mente e realtà verrà rifiutata dai filosofi, si arriverà a negare ogni possibilità di
colmare il vuoto tra soggetto che conosce e cosa in sè.
Resta comunque qualche oscurità intorno al rapporto tra un tale Dio e le sue creature. Nello
specifico: se attiene alle qualità di Dio una bontà assoluta, e quindi l’impossibilità di ingannare
sistematicamente il soggetto pensante, allora non è altrettanto contraddittorio sostenere che Egli
possa permettere che gli uomini possano essere tratti in inganno anche solo qualche volta?
In altre parole, la possibilità dell’errore e la finitezza delle menti umane non finiscono per negare la
perfezione del disegno divino?
In risposta a questa obiezione, Cartesio giunge a raffigurare l’errore come dipendente dalla
sproporzione tra la volontà umana, di portata infinita, e l’intelletto umano, limitato in quanto
proprio di una creatura che, non essendo perfetta, per definizione partecipa del nulla.
L’errore è solo volontario: accade quando l’uomo spontaneamente sceglie di formulare un giudizio
sulla base di concetti imperfetti, non del tutto chiari e distinti.
Al contrario, nessuno sbaglio può frustrare il desiderio di conoscenza dell’uomo che,
prudentemente, si attenga unicamente ai concetti privi di qualsiasi ombra e confusione.
Per ciò che attiene le cose materiali, risponde a questi requisiti principalmente l’idea di estensione,
nonché le altre attinenti gli aspetti quantitativi della cosa. Idee di carattere puramente geometrico:
che esistano o meno corpi reali nello spazio, le proprietà delle figure mantengono ugualmente la
loro validità, dimostrabile senza alcun riferimento necessario all’esperienza sensibile. Anzi: molte
figure geometriche immaginabili, e di cui si potrebbero definire le qualità grazie ai teoremi, non
sono solitamente esperibili nella realtà quotidiana.
Quanto all’esistenza concreta dei corpi nello spazio, viene dimostrata ricorrendo come al solito alla
veridicità divina: giacchè siamo forniti di una facoltà capace di recepire stimoli sensoriali, dovrà
esistere da qualche parte nella realtà una corrispondente attività capace di emettere lo stesso tipo di
stimoli. E dato che questi stimoli appaiono indipendenti – e spesso, anzi, contrari – alla volontà del
pensiero, essi dovranno provenire da qualcosa di esterno. E che quel qualcosa di esterno siano corpi
materiali realmente esistenti, viene provato dalla necessità che nella causa di un tal genere di idee
“deve esserci (formalmente, oppure eminentemente) tutta la realtà che è “oggettivamente” nelle
idee prodotte da tale facoltà attiva; e quindi i casi sono due: o tale sostanza è corpo, natura
corporea, oppure è Dio o qualche creatura comunque più nobile del corpo”.
E poiché Dio non è ingannatore, certamente non è lui né nessun’altra realtà “eminente” rispetto alle
cose corporee a produrne la sensazione: giacchè l’uomo non avrebbe in alcun modo possibilità di
venire a capo ad un tale errore di valutazione.
E con ciò, Cartesio ritiene di aver dato prova sufficiente dell’esistenza di un principio corporeo, la
res extensa, governata come si diceva prima da leggi meccaniche e geometriche. E che essa sia
realmente distinta dal soggetto pensante è facilmente dimostrato, più nello specifico per ciò che
riguarda il corpo umano: Cartesio ritiene che tutto ciò che può essere pensato chiaramente e
distintamente costituisce una sostanza a sè, o potrebbe essere reso tale da Dio: cosicché basterà
verificare se un principio può essere limpidamente concepito senza che ne implichi un altro per
dimostrare la loro reciproca indipendenza. E questo è proprio il caso della mente e del corpo, che
egli ritiene dunque due principi scissi anche nella realtà dei fatti. Proseguendo sulla stessa strada,
egli ritiene che tutti gli animali, meno l’uomo, siano privi di ciò che egli definisce anima, ossia la
facoltà di pensiero. L’anima intesa come pura e semplice forza vitale, invece, viene ridotta nel
Discorso sul Metodo ad un principio materiale, affine al calore. Resta da spiegare come pensiero e
materia possano, nell’uomo, influenzarsi a vicenda: Cartesio suppone vi sia un unico punto del
corpo in cui i due principi si congiungano, che egli colloca nella ghiandola pineale posta in una
zona interna del cervello.
Con le assunzioni di cui sopra riguardo la distinzione tra res extensa e res cogitans, Cartesio diventa
un punto di riferimento (sia in positivo che in negativo) per i filosofi del suo secolo, e lascia
un’eredità concettuale che peserà sulla tradizione filosofica dell’occidente fino ai giorni nostri.
Spinoza, suo contemporaneo, se da un lato prosegue lungo il filone del cartesianesimo, dall’altro
presenta nelle sue teorie dei forti elementi di contraddizione.
Le assonanze sono evidenti innanzitutto nel metodo: sia Cartesio che Spinoza vedono nel rigore
dimostrativo matematico e geometrico la norma su cui basare anche la riflessione filosofica.
Il titolo stesso dell’opera principale di Spinoza, “Ethica ordine geometrico demonstrata”,
suggerisce quale sarà il metodo d’indagine utilizzato.
Entrando poi nell’ambito dei contenuti del sistema spinoziano, il rifarsi alla tradizione dualisticocartesiana
appare evidente dalla netta distinzione, che lui mantiene, tra estensione e pensiero.
La visione complessiva del filosofo appare comunque notevolmente diversa: innanzitutto perché
estensione e pensiero non sono più solo due categorie ontologiche scisse, ma vengono ricollegate
all’unità di base della sostanza o della Natura.
Nella Natura Spinoza vede l’orizzonte ultimo dell’essere, o, più specificamente, la “regola
creatrice” che ordina il cosmo, e che con esso si identifica perfettamente. La Sostanza non è un
attributo di una divinità trascendente: è una sorta di ordine immanente perfetto e onnicomprensivo.
Pensiero ed estensione sarebbero, in quest’ottica, gli unici due attributi in cui la Natura si manifesta
all’uomo, dove per attributo si intendono le grandi categorie ontologiche in cui essa si predica.
Quindi torna ad esserci, in un certo senso, un orizzonte ultimo in cui pensiero e materia sono
entrambi inseriti: la grande unità di tutto ciò che esiste.
Dal versante opposto, Spinoza è scettico sulla possibilità che res extensa e res cogitans possano di
fatto influenzarsi causalmente: solo i concetti causano altri concetti, e viceversa solo un movimento
corporeo può generarne altri. L’intuizione cartesiana – in verità, bizzarra – della ghiandola pineale
viene abbandonata. Spinoza ritiene invece che sfera spirituale e materiale, pur non influenzandosi
mai direttamente, stiano tra loro in un rapporto di corrispondenza biunivoca: ogni idea o sensazione
è il corrispettivo di un movimento corporeo, e viceversa. L’idea di una corrispondenza di tal fatta
tra soggettivo, o fenomeni dall’ontologia di prima persona, e oggettivo, cioè fenomeni
dall’ontologia di terza persona, è qualcosa che verrà ripresa seppure in modo diverso dalla teoria
della mente di Searle.
Spesso, in seguito, la filosofia continuerà a restare ancorata alla visione cartesiana per cui mente e
mondo procedono, in ogni caso, su due binari separati: Leibniz, pur partendo da una metafisica
completamente diversa da quella di Cartesio e Spinoza, giungerà in questo campo ad esiti affini:
dato che le monadi sono chiuse in sé stesse, nemmeno per la monade spirituale sarà possibile
comunicare direttamente con quelle del corpo, tanto più che esse seguirebbero leggi differenti: da
un lato quelle meccaniche, dall’altro quelle della finalità. La soluzione di Leibniz, tanto fantasiosa
quanto angosciante, è quella di supporre che in effetti non ci sia alcun “ponte” reale tra le due sfere,
ma che esse sarebbero state programmate fin dall’inizio dalla Divinità per evolversi in perfetta
armonia, pur restando sempre fatalmente chiuse in sé stesse.
Kant si colloca sullo stesso filone di riflessione: ma i suoi esiti capovolgeranno le soluzioni
tradizionali riguardo il problema del rapporto tra mente e realtà.
Per ciò che concerne la possibilità dell’intelletto di far presa sul reale, il filosofo tedesco distingue
le nostre pratiche conoscitive in tre tipi di giudizi: i giudizi analitici a priori, che consistono
essenzialmente in tautologie o predicati deducibili già dall’oggetto preso in esame. Sono i tipi di
giudizi che ricorrono nella scienza, e sono assolutamente necessari ed oggettivi: ma per loro stessa
natura sono slegati dall’esperienza. Nel loro caso, è come se il processo della conoscenza si
fermasse prima ancora di prendere il via, poiché se a questi giudizi si aggiungesse un contenuto
estraneo a ciò che è deducibile a priori e proveniente dall’esperienza, essi perderebbero il loro
carattere di necessità assoluta.
I giudizi che si basano su questo genere di operazioni logiche vengono definiti sintetici a posteriori,
proprio perché coniugano ad un soggetto un predicato a lui esterno, e ottenuto dall’esperienza. Ad
essi, Kant nega qualsiasi tipo di validità normativa.
Servono, secondo il filosofo, dei giudizi che mantengano la fecondità di quelli sintetici senza
perdere la caratteristica della necessità logica: essi deriverebbero dall’applicazione di certe
categorie innate alla coscienza al materiale fornito ad essa dall’esterno e dalle percezioni. Sono i
giudizi sintetici a priori.
L’intero mondo dell’uomo deriverebbe dall’opera modellatrice della ragione e dei suoi principi
aprioristici su di una realtà che, pur essendo certamente esistente in sé e possedendo una qualche
forza d’urto sul soggetto che conosce, si ridurrà alla fine ad un dato x inconoscibile in sé stesso: ciò
apparirà chiaro dal proseguire dell’analisi.
Ad un primo livello, Kant ritiene che il contenuto delle stesse percezioni sensibili sia influenzato
dalle nostre categorie innate: esse organizzano il mondo dandogli la spazialità e la temporalità, che
seguirebbero – in linea con la più pura concezione cartesiana – rispettivamente le regole della
geometria e della matematica, che vedono confermata la loro validità proprio perché si basano su
delle categorie innate.
Il dato che perviene alla coscienza non è più realtà puramente oggettiva, ma fenomeno: la realtà in
quanto appare al soggetto, e filtrato dalle sue facoltà conoscitive.
Su questi fenomeni sensibili si applicano, seguendo i criteri definiti schemi trascendentali, le
categorie secondo la definizione vera e propria di Kant, che completano l’organizzazione della
realtà. Ciascuna categoria verrà attribuita secondo un corrispondente tipo di giudizi; Kant suddivide
entrambi secondo i modi di quantità, qualità, relazione e modalità. In questo senso, categorie sono
ad esempio, la sostanzialità o l’accidentalità dei fenomeni, i rapporti di causa ed effetto, la divisione
quantitativa in unità e molteplicità.
Ciascuno di essi è, lo ripetiamo, unicamente un modo di vedere la realtà inerente all’intelletto
umano; da ciò deriva che, se dovessimo analizzare la realtà in sé e per sé, non vi troveremmo alcuna
delle qualità sopra elencate.
Anzi, non potremmo riconoscerle alcuna qualità: perché ogni qualità deriva da un giudizio che, in
quanto tale, è possibile solo applicando una delle categorie innate.
La cosa in sé, il noumeno, a questo punto non è altro che un qualcosa di inconoscibile. Esiste il
mondo in sé, e ciò è certo: perché anche nella nostra attività interpretativa noi ci scontriamo con una
certa resistenza della realtà esterna, a cui sicuramente appartiene una forza capace di urtare i nostri
sensi e che non possiamo attribuire a noi stessi. Ma cosa ciò sia indipendentemente dalle nostre
menti, non possiamo dirlo. Il noumeno è, per Kant, semplicemente l’orizzonte entro cui avviene la
nostra attività plasmatrice, un orizzonte che ci spinge a procedere nell’esplorazione scientifica e che
contemporaneamente si ritrae ad ogni passo della mente umana, perché ogni qualvolta essa tenta di
afferrarlo non può fare a meno di risolverlo nei fenomeni.
L’operazione per cui non è più la realtà a influenzare la mente, ma viceversa la mente a plasmare il
contenuto della realtà umana, viene definita da Kant stesso la “Rivoluzione Copernicana” della
filosofia, sottolineando l’affinità con il capovolgimento prospettico operato da Copernico in campo
astronomico. Ma anche questa soluzione mantiene l’ossatura della vecchia impostazione cartesiana.
Anzi, ne è quasi l’evoluzione naturale. In fondo, tra la razionalità umana – o appercezione
trascendentale – e la realtà/noumeno, rimane un divario incolmabile. La realtà ne esce depotenziata:
dato che non è più possibile parlare di causalità né di sostanzialità, e più semplicemente non si può
legittimamente attribuire al mondo esterno alcun predicato, parlare di metafisica o ontologia è, in
questa prospettiva, semplicemente insensato. L’eclissi della metafisica è una conseguenza non
sottovalutabile di questo nuovo scenario filosofico, insieme agli effetti di ordine sociale e culturale
a cui si è già fatto cenno all’inizio del nostro scritto.
Il rapporto tra mente, corpo e realtà esterna da Cartesio a Kant by Aaron Allegra is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
“Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla
morte il tuo diritto di dirlo”
Attribuita solitamente a Voltaire, sembra in realtà che la frase sia stata formulata per la prima volta dalla inglese Evelyn Beatrice Hall, famosa proprio per una biografia sul filosofo francese ("Gli amici di Voltaire") scritta sotto lo pseudonimo di S.G. Tallentyre . L’espressione,conosciuta anche nella variante "non sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo", venne intesa dalla scrittrice come una formulazione esaustiva del pensiero di Voltaire e viene comunemente utilizzata come una delle espressioni più efficaci del concetto di tolleranza.
Cosa dire a riguardo?Senza dubbio la frase è realmente un magnifico esempio di cosa deve essere la tolleranza della diversità, onesta nella sua formulazione perché manifesta da parte di chi la formula l’esistenza di punti di vista convinti(disapprovo ciò che dici) e ,allo stesso tempo,la comprensione profonda dell’importanza del diritto di libertà di parola(lo difenderò fino alla morte). Oggi infatti più che per lasciare gli altri liberi di esprimersi tendiamo a tollerare per un concordismo che teme prese di posizioni decise che potrebbero portare a scontri,in altri termini, dì quello che vuoi perché se obietto qualcosa potresti arrabbiarti e darmi problemi. E’ importante invece avere la consapevolezza che quello che l’altro dice potrebbe turbarci profondamente perché se ciò accadrà sarà perché urterà delle nostre convinzioni profonde le quali devono necessariamente essere in qualche modo ancorate ad una certa percezione del concetto di verità o almeno di plausibilità che oggi è invece piuttosto passato di moda.
L’altro potrebbe realmente avere torto,ma questo lo scoprirò, e lo farà anche lui solo se sarà libero di esprimersi. A questo deve perciò essere unito un impegno concreto per la difesa della libertà di parola, difesa fino alla morte, in quanto senza di essa non esiste confronto e senza confronto c’è una ricerca parziale e limitata, causa di enormi errori commessi nella storia dell’umanità e conseguenza estremamente dannosa per la sua esistenza. Quale frase migliore di questa per inaugurare l'apertura di qualsiasi forum di discussione?
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morte il tuo diritto di dirlo”
Attribuita solitamente a Voltaire, sembra in realtà che la frase sia stata formulata per la prima volta dalla inglese Evelyn Beatrice Hall, famosa proprio per una biografia sul filosofo francese ("Gli amici di Voltaire") scritta sotto lo pseudonimo di S.G. Tallentyre . L’espressione,conosciuta anche nella variante "non sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo", venne intesa dalla scrittrice come una formulazione esaustiva del pensiero di Voltaire e viene comunemente utilizzata come una delle espressioni più efficaci del concetto di tolleranza.
Cosa dire a riguardo?Senza dubbio la frase è realmente un magnifico esempio di cosa deve essere la tolleranza della diversità, onesta nella sua formulazione perché manifesta da parte di chi la formula l’esistenza di punti di vista convinti(disapprovo ciò che dici) e ,allo stesso tempo,la comprensione profonda dell’importanza del diritto di libertà di parola(lo difenderò fino alla morte). Oggi infatti più che per lasciare gli altri liberi di esprimersi tendiamo a tollerare per un concordismo che teme prese di posizioni decise che potrebbero portare a scontri,in altri termini, dì quello che vuoi perché se obietto qualcosa potresti arrabbiarti e darmi problemi. E’ importante invece avere la consapevolezza che quello che l’altro dice potrebbe turbarci profondamente perché se ciò accadrà sarà perché urterà delle nostre convinzioni profonde le quali devono necessariamente essere in qualche modo ancorate ad una certa percezione del concetto di verità o almeno di plausibilità che oggi è invece piuttosto passato di moda.
L’altro potrebbe realmente avere torto,ma questo lo scoprirò, e lo farà anche lui solo se sarà libero di esprimersi. A questo deve perciò essere unito un impegno concreto per la difesa della libertà di parola, difesa fino alla morte, in quanto senza di essa non esiste confronto e senza confronto c’è una ricerca parziale e limitata, causa di enormi errori commessi nella storia dell’umanità e conseguenza estremamente dannosa per la sua esistenza. Quale frase migliore di questa per inaugurare l'apertura di qualsiasi forum di discussione?
La domanda di fondo da cui dobbiamo partire per cercare di dare una risposta diversa è abbastanza semplice e cioè perchè l’uomo abbia elaborato la realtà che chiamiamo religione. Cerchiamo di riflettere un po’ sul volto della realtà che ci circonda:è piena di elementi che entrano continuamente in relazione più o meno profonda con la nostra vita determinando conseguenze a volte positive a volte negative; appare immensamente più vasta della nostra capacità di comprensione tanto da indurci spesso a dover semplicemente limitarci a constatare l’esistenza di fenomeni di cui non conosciamo nemmeno minimamente la causa;in più,abbiamo l’assoluta consapevolezza di non aver scelto di esistere ossia di non essere causa di noi stessi il che significa che abbiamo l’evidente,e a volte disarmante,conoscenza del fatto che quella che chiamiamo realtà ci precede. Insomma,ci troviamo prima o poi a fare la frustrante,terribile esperienza dell’impotenza. E quando tale impotenza è assoluta e non permette di superare ostacoli che minacciano in vari modi l’ esistenza,l’essere umano fa una delle azioni più spontanee e istintive che possiede fin dalla nascita:chiedere aiuto. Anche l’uomo più orgoglioso della terra non può fare a meno di chiedere aiuto,fosse anche a se stesso,ma tale richiesta è un elemento costitutivo dell’umanità sin dalla sua prima comparsa sulla terra. E chi può dare aiuto nei confronti di realtà dolorose che non si riescono in alcun modo a lenire con le sole forze umane se non qualcuno o qualcosa che possiede forze più grandi?Ecco allora l’apparire della religione come tentativo di relazione con una realtà che può rispondere alla richiesta di aiuto e la cui esistenza o non esistenza determina la possibilità dell’umano di poter contare su un aiuto esterno o di doversi basare unicamente sulle sue forze.
Ma accanto alla richiesta di aiuto dobbiamo necessariamente mettere una seconda realtà altrettanto costitutiva della dimensione umana e spesso trascurata che è l’esigenza di ringraziamento,quest’ultimo inteso come la risposta ad un profondo sentimento di gratitudine scaturente da eventi positivi la cui causa è sconosciuta e che non può essere ripagato dai soli sentimenti umani. L’antichissima pratica di offrire alle divinità le primizie dei raccolti o dell’allevamento,presente praticamente nella storia di tutte le popolazioni umane,o il ringraziamento che l’ebreo rivolge a Jahvè per averlo liberato dalla schiavitù egiziana sono mirabili esempi di tale esigenza,fosse anche accompagnata alla paura di un’eventuale condanna da parte del responsabile in caso di mancato ringraziamento. In questo caso la religione è allora relazione di gratitudine con una realtà superiore che si è fatta conoscere con fenomeni ed eventi vissuti dall’uomo e anche qui la non esistenza di tale realtà determina il non poter soddisfare questa esigenza che dunque dovrà essere eliminata o riservata al solo ambito delle relazioni umane. Un terzo elemento riguarda l’eventualità che tale realtà superiore abbia programmato una struttura umana che sviluppi un interesse per essa;in questo caso la religione sarebbe allora una risposta ad uno stimolo posto dal suo stesso creatore e dunque assolutamente legittimo.
Ma questa realtà superiore esiste effettivamente?Abbiamo realmente la possibilità di stabilirlo?Non avendo una risposta che si possa constatare con un’evidenza assoluta tali domande devono continuare ad essere poste e il farlo è un diritto dell’umanità oppure,se questa realtà superiore avesse davvero posto nel cuore dell’uomo l’esigenza di cercarlo,è addirittura un dovere .Eliminando la religione le esigenze di aiuto e gratitudine rimarranno:chi le soddisferà?Se qualcuno ritiene che non possano essere soddisfatte dalle sole forze umane e che dunque questo sia una forte evidenza del fatto che esista realmente chi può soddisfarle commette forse un crimine?Non è forse evidente che pur avendo trovato i modi per migliorare enormemente le condizioni della vita e per difenderci sempre meglio dai pericoli della natura è possibile ancora oggi sperimentare il senso di impotenza di fronte a tante realtà?
Cerchiamo allora di non sottovalutare le cause che stanno alla base dell’esperienza religiosa. Io ne ho evidenziati solo un paio ma ce ne sarebbero molti di più,questo articolo non vuole essere un saggio esauriente di filosofia della religione perché sono consapevole che l’argomento è molto più vasto e complesso di quanto scritto qui. Tuttavia,penso che sia importante soffermarci innanzitutto su quelli che ho evidenziato perché sono tra le esigenze primarie e fondamentali per l’umanità e non devono in alcun modo essere ignorati perché non sono per niente soddisfabili vivendo allegri e spensierati come certi slogan vorrebbero far pensare perché la vita non è per niente semplice. C’è chi può ritenere che la religione non è l’unico modo per soddisfare tali esigenze e può impegnarsi a cercarlo ma questa non dovrebbe comunque essere ritenuta come un relitto del passato perché le esigenze dell’umanità sono sempre le stesse e sono sempre tremendamente attuali ed essa cerca di dargli risposta. Non denunciamola come nemica dell’umanità perché forse,finora,è stata la sua migliore amica.
A quando il partito dei furti con destrezza o l'associazione degli amici dello sballo legalizzato? - si chiede Tullio Camiglieri, Coordinatore del Centro Studi per la difesa dei diritti degli autori e della libertà di informazione, riferendosi alla "Festa dei Pirati" (informatici), svoltasi sabato scorso al cinema Capranica di Roma.
La stessa manifestazione che conta tra i suoi partecipanti "d'eccellenza" Antonio di Pietro: l'inflessibile promotore del rispetto della legalità in Italia è intervenuto al raduno dei sostenitori del libero scambio di materiali multimediali in rete, scambio che spesso avviene in barba alle attuali leggi del copyright ed è quindi perseguibile legalmente.
Come si spiega questa contraddizione apparente? Quali fattori culturali gli permettono di partecipare ad una manifestazione a favore del P2P senza dover dismettere l'abito di fautore della legalità?
°Il primo punto da mettere in evidenza è che da parte della maggioranza dei consumatori il download per uso privato di materiale coperto da copyright non viene percepito come illegale. A ragione o a torto, potremmo chiederci? In realtà la risposta non è così semplice. Da un lato è certo che nessuno di noi, neppure il più accanito fruitore di film, musica o giochi scaricati illegalmente, pensa seriamente che sia giusto non retribuire artisti, intellettuali e programmatori per il loro lavoro. E' evidente che la fatica ed il tempo impiegati nel produrre dei beni culturali (senza contare l'inventiva necessaria), meritino un giusto compenso e che la proprietà intellettuale delle opere sia e rimanga un diritto fondamentale che deve venir riconosciuto. Eppure la facilità di accesso a contenuti tutelati dal copyright e l'impersonalità della procedura di scaricamento contribuiscono alla sensazione di non star compiendo nulla di illegale. Non abbiamo dinanzi a noi la persona alla quale arrechiamo un danno, a differenza di quanto accade con gli altri tipi di "furti", e questo è un fattore della pirateria difficilmente eliminabile. D'altro canto, definire lo scaricamento illegale un "furto" sembra decisamente inappropriato anche a chi scrive. E ciò non soltanto per i fattori di carattere "emotivo" di cui si è parlato sopra, ma anche per ragioni molto più condivisibili e razionali.
°Il problema principale è che l'attuale prezzo della maggior parte dei prodotti multimediale è insostenibile rispetto alla quantità a cui al giorno d'oggi ha bisogno di accedere un uomo di media cultura. Per fare un esempio, un cittadino comune che volesse tenersi mediamente informato sulle novità che il mondo della cultura gli offre al giorno d'oggi seguirà circa 4 serie tv all'anno (il costo medio del DVD con una stagione di un serial televisivo si aggira intorno ai 50 euro). Ogni mese acquisterà come minimo un CD musicale, dal costo medio di 20 euro; leggerà almeno tre libri (molti di più se consideriamo anche quelli che sono materia di studio) il cui costo medio è 20-30 euro l'uno, andrà al cinema più o meno quattro volte (sei-sette euro a spettacolo); inoltre, qualora volesse accedere a buona parte dei contenuti disponibili nelle reti televisive, dovrà sborsare all'incirca 40 euro per la pay tv.
°Soprattutto, tutti ormai sanno che buona parte del ricavato non andrà direttamente all'artista: la mediazione delle grandi case produttrici, che come è certo tendono a gonfiare i prezzi fino a livelli ritenuti inaccettabili dai consumatori, viene ormai vista come ingiustificata, illegittima o predatoria. Se certamente le grosse multinazionali della cultura tendono ad agevolare in un primo momento lo sbocco degli artisti emergenti, è altrettanto vero che in un secondo momento esse spesso divengono, per ammissione degli stessi artisti, una forte limitazione alla loro libertà creativa e alla stessa proprietà intellettuale delle loro opere. Se dunque scaricando illegalmente si fa un danno a qualcuno, la sensazione è che questo danno lo ricevano molto più le grosse major speculatrici che gli artisti stessi. Sono soprattutto loro che, nella nuova era di liberto accesso ai beni multimediali, potrebbero rischiare il tracollo. Ma sarebbe davvero un danno per l'industria della cultura? Ciò non potrebbe invece favorire la nascita di nuovi sistemi di interazione diretta tra intellettuali e consumatori, sistemi che usufruendo della stessa rete potrebbero non avere più alcun bisogno di supporti materiali (pensiamo ai CD, ai DVD o alla carta) e di alcuna intermediazione da parte di terzi, portando ad una minimizzazione dei prezzi ottimale tanto per il consumatore che per il produttore del bene o del servizio?
°Infine, sembra che sia difficilmente giustificabile da un punto di vista etico o razionale la necessità di mantenere il copyright anche su opere che hanno fatto il loro tempo o il cui ideatore non è più in vita. Oltre che il sistema di interazione tra produttore e consumatore è lo stesso sistema del copyright che necessità di essere reso più "leggero" e al passo con i tempi attuali. Non ha senso dover continuare a pagare per vedere un classico del cinema degli anni cinquanta o per ascoltare una canzone di Elvis Presley.
Per tutte queste ragioni riteniamo che la pirateria non sia soltanto sinonimo di barbarie, immoralità e opportunismo. E' soprattutto il frutto di un sistema vecchio e obsoleto che tarda ad adeguarsi alle necessità del pubblico per non correre il rischio di perdere certi privilegi economici di casta. Cosa che troviamo, francamente, indifendibile.
