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Il periodo sembra grigio. I giovani italiani hanno poca speranza per il futuro sono sfiduciati nei confronti del lavoro e della vita. Descritti come bamboccioni, mammoni e svogliati dalla stessa casta politica che ha creato il sistema e che spesso ripudiano, sbandano prendendo la vita giorno per giorno cercando di esigere i diritti garantiti ai loro padri e finendo per non averne nessuno.
E' stata da poco emanata la legge finanziaria per il prossimo anno, e le prospettive sono di lacrime e sangue per riuscire a contenere la crisi economica che colpisce il nostro paese. Le proteste si scatenano per mostrare l’importanza del proprio universo lavorativo al parlamento nella speranza di attutire il colpo che si prospetta (e che in alcuni casi è già stato assestato) e i giovani sfogano la loro frustazione con più veemenza degli altri, come nel caso della protesta studentesca del 24-11 sfociata nella tentata irruzione a Palazzo Madama.
Questa tensione che serpeggia per il bel paese è da ricercarsi, a mio parere, nel timore e nella mancanza di prospettive nei confronti del futuro. Si teme che taglino lo stipendio sicuro aggiungendo persone al già nutrito numero di cassaintegrati oppure, riducendo i diritti dei lavoratori, si teme che lo stipendio sicuro non arrivi mai fra uno stage e un co.co.co.
Ma questo stipendio sicuro, visto in prospettiva, cos’è?
Senza invischiarci inutilmente nel roveto giuridico, in Italia sotto la denominazione “contratto a tempo indeterminato” (e quindi stipendio sicuro) risiede una categoria di lavoratori il cui status lavorativo è garantito e, specialmente in grandi aziende, a meno di circostanze del tutto eccezionali, letteralmente blindato (e quindi appunto sicuro).
La caratterizzazione di questa tipologia di lavoro ha costituito la spina dorsale dell’Italia del boom economico, garantendo la stabilità per accendere mutui e fondando la famiglia sulla sicurezza che il lavoro non sarebbe sparito a meno di avvenimenti straordinari, anzi, l’introito sarebbe progressivamente incrementato grazie all’anzianità accumulata.
Ma d’altro canto questo comporta, per sua stessa natura, una struttura endemicamente rigida, in un periodo di stagna economica (o quando la forza lavoro umana viene progressivamente sostituita dalle macchine o dai cinesi) poco affine ai licenziamenti e declassamenti tanto quanto alle assunzioni e alle promozioni, poco incline a premiare il merito chiusa nella statiticità che la contriddistingue.
Il problema sorge nel 2011, dove a differenza che nel 1960, a causa di progresso tecnologico e globalizzazione economica, un paese non può permettersi di basare la competitività su una struttura gerarchica (governo degli anziani) e statica. L’eccessiva sicurezza e garanzia ha condotto molti lavoratori delle grandi aziende a sedersi sugli allori consci del fatto che, lavorando bene o lavorando male, domani come oggi, lo stipendio ci sarebbe stato comunque e ciò ha infiacchito la struttura produttiva made in Italy di cui andiamo tanto fieri. Le bordate di neo-laureati sotto le fanfare del classico “studia che ti fai una posizione” (coltivato nell’Italia dei ’60 dove i pochi che erano riusciti a studiare avevano, per gli stessi motivi suddetti, una posizione garantita per diritto di essere “quei pochi che hanno studiato”. Quando “i pochi” sono diventati il 25/30% la garanzia inizia a scricchiolare), tutti con aspirazioni dirigenziali, si sono ritrovati senza posizioni libere e senza un sistema che selezionasse i più meritevoli.
Il sistema gerarchico e stabile ha finito creare una generazione di giovani con voglia di emergere ma senza possibilità di farlo, cresciuti convinti che le ore sui libri e i sabati in bianco sarebbero state ripagati in modo automatico da stipendi e posizioni principesche, alla ricerca di un lavoro in un mercato in generale declino, la cui statisticità gerarchica raramente avrebbe permesso di ricoprire cariche di rilievo in cui il sudato titolo fosse sfruttato a dovere; i neo-sovratitolati si sono quindi ritrovati costretti a ripiegare su lavori provvisori saturando il mercato dell’intelletto e finendo malpagati stagisti. In seno a tutto questo quindi è cresciuta una generazione lavorativa precaria per vocazione e malpagata per l’eccessiva offerta al fine di far da contrappeso alle garantite generazioni precedenti.
Ai giovani, e quindi a me stesso, rivolgo queste riflessioni: non cercate a tutti i costi un lavoro sicuro, cercatene uno appagante, la cui mobilità vi permetta di crescere, il cui compenso sia calibrato sul vostro lavoro perchè il vostro futuro non sarà imperniato ad un contratto che perde sempre più di valore e senso, ma alle vostre esperienze e alla vostra capacità di lavoratori.
Il problema nel mercato lavorativo odierno, in mia opinione, per i giovani non è tanto la mancanza di stabilità, ma anzi l’eccessiva stagnazione: la generale mancanza di investimento nella formazione, nella responsabilizzazione e, perchè no, nella ricompensa economica del sudato lavoro che sempre più è vittima di uno stillicidio al ribasso (proprio a causa della grande offerta di laureati disponibili).
Il nostro potere contrattuale non sta più nel contratto nazionale, inadeguato alle figure intelletuali del terzo millennio, ma sta nella nostra mente, nel non piegarci alle lusinghe di lavori che non ci ricompensino adeguatamente, che non nutrino ulteriormente il nostro cervello, ma ci inchiodino a guadagnare una frazione minuscola degli introiti che generiamo.
50 anni fa un operaio poteva comprare una casa con una 50ina di mensilità ed un dirigente di altissimo (CEO Fiat) profilo guadagnava 20 volte un operaio. Dopo tante lotte, oggi, un giovane laureato necessita di centinaia di mensilità per acquistare la sua casa, mentre la stessa posizione dirigenziale di un tempo garantisce stipendi proporzionalmente migliaia di volte superiori.
La forbice si è allargata, significa che il margine di guadagno c’è, dov’è finito se il nostro potere d’acquisto si è rarefatto e le nostre competenze moltiplicate? Nei giovani che chinano la testa accettando le condizioni della nuova schiavitù.
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E' stata da poco emanata la legge finanziaria per il prossimo anno, e le prospettive sono di lacrime e sangue per riuscire a contenere la crisi economica che colpisce il nostro paese. Le proteste si scatenano per mostrare l’importanza del proprio universo lavorativo al parlamento nella speranza di attutire il colpo che si prospetta (e che in alcuni casi è già stato assestato) e i giovani sfogano la loro frustazione con più veemenza degli altri, come nel caso della protesta studentesca del 24-11 sfociata nella tentata irruzione a Palazzo Madama.
Questa tensione che serpeggia per il bel paese è da ricercarsi, a mio parere, nel timore e nella mancanza di prospettive nei confronti del futuro. Si teme che taglino lo stipendio sicuro aggiungendo persone al già nutrito numero di cassaintegrati oppure, riducendo i diritti dei lavoratori, si teme che lo stipendio sicuro non arrivi mai fra uno stage e un co.co.co.
Ma questo stipendio sicuro, visto in prospettiva, cos’è?
Senza invischiarci inutilmente nel roveto giuridico, in Italia sotto la denominazione “contratto a tempo indeterminato” (e quindi stipendio sicuro) risiede una categoria di lavoratori il cui status lavorativo è garantito e, specialmente in grandi aziende, a meno di circostanze del tutto eccezionali, letteralmente blindato (e quindi appunto sicuro).
La caratterizzazione di questa tipologia di lavoro ha costituito la spina dorsale dell’Italia del boom economico, garantendo la stabilità per accendere mutui e fondando la famiglia sulla sicurezza che il lavoro non sarebbe sparito a meno di avvenimenti straordinari, anzi, l’introito sarebbe progressivamente incrementato grazie all’anzianità accumulata.
Ma d’altro canto questo comporta, per sua stessa natura, una struttura endemicamente rigida, in un periodo di stagna economica (o quando la forza lavoro umana viene progressivamente sostituita dalle macchine o dai cinesi) poco affine ai licenziamenti e declassamenti tanto quanto alle assunzioni e alle promozioni, poco incline a premiare il merito chiusa nella statiticità che la contriddistingue.
Il problema sorge nel 2011, dove a differenza che nel 1960, a causa di progresso tecnologico e globalizzazione economica, un paese non può permettersi di basare la competitività su una struttura gerarchica (governo degli anziani) e statica. L’eccessiva sicurezza e garanzia ha condotto molti lavoratori delle grandi aziende a sedersi sugli allori consci del fatto che, lavorando bene o lavorando male, domani come oggi, lo stipendio ci sarebbe stato comunque e ciò ha infiacchito la struttura produttiva made in Italy di cui andiamo tanto fieri. Le bordate di neo-laureati sotto le fanfare del classico “studia che ti fai una posizione” (coltivato nell’Italia dei ’60 dove i pochi che erano riusciti a studiare avevano, per gli stessi motivi suddetti, una posizione garantita per diritto di essere “quei pochi che hanno studiato”. Quando “i pochi” sono diventati il 25/30% la garanzia inizia a scricchiolare), tutti con aspirazioni dirigenziali, si sono ritrovati senza posizioni libere e senza un sistema che selezionasse i più meritevoli.
Il sistema gerarchico e stabile ha finito creare una generazione di giovani con voglia di emergere ma senza possibilità di farlo, cresciuti convinti che le ore sui libri e i sabati in bianco sarebbero state ripagati in modo automatico da stipendi e posizioni principesche, alla ricerca di un lavoro in un mercato in generale declino, la cui statisticità gerarchica raramente avrebbe permesso di ricoprire cariche di rilievo in cui il sudato titolo fosse sfruttato a dovere; i neo-sovratitolati si sono quindi ritrovati costretti a ripiegare su lavori provvisori saturando il mercato dell’intelletto e finendo malpagati stagisti. In seno a tutto questo quindi è cresciuta una generazione lavorativa precaria per vocazione e malpagata per l’eccessiva offerta al fine di far da contrappeso alle garantite generazioni precedenti.
Ai giovani, e quindi a me stesso, rivolgo queste riflessioni: non cercate a tutti i costi un lavoro sicuro, cercatene uno appagante, la cui mobilità vi permetta di crescere, il cui compenso sia calibrato sul vostro lavoro perchè il vostro futuro non sarà imperniato ad un contratto che perde sempre più di valore e senso, ma alle vostre esperienze e alla vostra capacità di lavoratori.
Il problema nel mercato lavorativo odierno, in mia opinione, per i giovani non è tanto la mancanza di stabilità, ma anzi l’eccessiva stagnazione: la generale mancanza di investimento nella formazione, nella responsabilizzazione e, perchè no, nella ricompensa economica del sudato lavoro che sempre più è vittima di uno stillicidio al ribasso (proprio a causa della grande offerta di laureati disponibili).
Il nostro potere contrattuale non sta più nel contratto nazionale, inadeguato alle figure intelletuali del terzo millennio, ma sta nella nostra mente, nel non piegarci alle lusinghe di lavori che non ci ricompensino adeguatamente, che non nutrino ulteriormente il nostro cervello, ma ci inchiodino a guadagnare una frazione minuscola degli introiti che generiamo.
50 anni fa un operaio poteva comprare una casa con una 50ina di mensilità ed un dirigente di altissimo (CEO Fiat) profilo guadagnava 20 volte un operaio. Dopo tante lotte, oggi, un giovane laureato necessita di centinaia di mensilità per acquistare la sua casa, mentre la stessa posizione dirigenziale di un tempo garantisce stipendi proporzionalmente migliaia di volte superiori.
La forbice si è allargata, significa che il margine di guadagno c’è, dov’è finito se il nostro potere d’acquisto si è rarefatto e le nostre competenze moltiplicate? Nei giovani che chinano la testa accettando le condizioni della nuova schiavitù.
Inviatoci da Andrea Idini
"Ma voi pochi sublimi animi che solitarj o perseguitati su le antiche sciagure della nostra patria fremete, se i cieli vi contendono di lottar con la forza, perchè almeno non raccontate alla posterità i nostri mali? [...]- Se avete le braccia in catene, perchè inceppate da voi stessi anche il vostro intelletto di cui nè i tiranni nè la fortuna, arbitri d'ogni cosa, possono essere arbitri mai? Scrivete. Perseguitate con la verità i vostri persecutori. E poichè non potete opprimerli, mentre vivono, co' pugnali, opprimeteli almeno con l'obbrobrio per tutti i secoli futuri."
"Ultime Lettere di Jacopo Ortis" - Ugo Foscolo
Ugo Foscolo scrive le Ultime Lettere di Jacopo Ortis nei primi anni dell'800. Il suo riferimento polemico sono i dominatori stranieri e dispotici dell'Italia divisa, tanto gli Austriaci quanto i Francesi. Oggi, la situazione in apparenza sembra essere tutt'altra. L'Italia non (dovrebbe) più essere un paese diviso; nè tantomeno si dovrebbe più poter parlare di dispotismo. Questa citazione potrebbe apparire dunque anacronistica.
Non lo è.
Qualsiasi forma di espressione del dissenso sembra non scalfire minimamente la pertinacia del potere nel raggiungere gli obiettivi che si è imposto e che, malgrado tutto e tutti, ha imposto alla nazione. Si potrebbe pensare alla riforma Gelmini, che sembra dirigersi inesorabilmente verso una definitiva approvazione, malgrado parallelamente e all'opposto la protesta divenga sempre più dura e generalizzata ogni giorno che passi.
Ma non si tratta solo di questo.
Inceneritori. Nucleare. Acqua pubblica. Esclusione dei condannati dal Parlamento e introduzione della preferenza diretta in sede elettorale. Tematiche vitali su cui il popolo si è espresso, a volte con un vero e proprio referendum, tanto chiaramente quanto invano. Negli ultimi anni abbiamo avuto un fior fiore di esempi altamente indicativi del distacco crescente tra gli eletti e gli elettori.
Nè si tratta solo della nostra Nazione. Potrei citarvi il trattato di Lisbona - in Irlanda, dato che il risultato del primo referendum non era gradito all'UE, si è pensato bene di ripeterlo a pochi mesi di distanza (?!). Potrei ricordarvi che lo stesso organismo esecutivo dell'UE - la Commissione - non viene eletta direttamente da noi cittadini membri. Ma scrivere più di questi pochi cenni sarebbe ridondante e mi porterebbe fuori tema - pertanto spero che vi bastino; se così non è, ciascun lettore potrà, volendo, approfondire da sè.
Insomma, la situazione italiana ed europea oggi non si presenta rosea, per chi avesse la velleità di esprimere in modo costruttivo il proprio dissenso nei confronti dell'ordine costituito. Che valore hanno parole come "senso civico" in un mondo che sembra spingerci sempre più ad occuparci unicamente della nostra piccola sfera privata? E ammesso che ce l'abbiano ancora, un valore, come dare ad esse la necessaria forza d'impatto per incidere sulla realtà concreta, dato che nè il numero dei manifestanti nè la giustezza della causa nè l'intensità dei differenti modi di esprimere il dissenso sembrano poter provocare alcun effetto?
Foscolo, che scrisse in tempi di certo non più facili dei nostri, ci dà una risposta attualissima. Ciò che malgrado tutto, malgrado il potere dei "coltelli" in mano a despoti e tiranni e l'onnipervasiva resistenza della "fortuna" e delle contingenze storiche non può essere soggiogato, è la forza liberatrice della scrittura.
Non solo la scrittura è capace, in quanto espressione artistica, di dare eternità tramite la perfezione della forma ai valori etici alla base di qualsiasi civiltà degna di essere.
La scrittura è anche, e più radicalmente ancora, la forza del pensiero espresso. Un pensiero che deve essere tanto più libero quanto più le circostanze esterne sembrano critiche. Perchè nessun potere e nessun tiranno può impedirci di pensare diversamente. Solo ciascuno di noi può "inceppare da sè stesso il proprio intelletto" - e proprio rassegnandosi, lasciandosi vincere dall'impotenza o peggio ancora dalla pigrizia e dal comodismo, o dalla paura dell'incomprensione altrui.
L'abitudine e il coraggio di pensare rendono profondamente, e irrevocabilmente, liberi. Qualunque sia il peso delle imposizioni esterne. E un pensiero libero può diventare tanto più forte nella comunicazione agli altri e ai posteri, nell'espressione scritta, o orale. Un pensiero libero può a sua volta liberare chi ci circonda, purchè sia figlio della verità, principale e perenne nemica dell'interesse egoistico dei tiranni di ieri e di oggi.
articolo inviatoci da Guglielmo Militello
La legge sulle intercettazioni ideata dal ministro Alfano e dall’avvocato del premier Ghedini appena passata alla camera avrà conseguenze sociali particolarmente gravi per non dire disastrose: essa non inficia soltanto l’ambito giuridico (non sarà più possibile eseguire delle intercettazioni telefoniche o mediante video se non si possiede la prova che l’indiziato stia compiendo un reato) ma anche quello giornalistico e della libera informazione ( si può parlare dei processi solo una volta che vengono pubblicate le sentenze).
Queste due immediate conseguenze di una proposta di legge “criminale” e anticostituzionale ( va contro l’articolo 21 della Costituzione che sancisce il diritto d’informazione da parte dei cittadini) meritano un’accurata analisi e un’attenta riflessione.
Con questa legge risulterà dunque impossibile svolgere indagini su soggetti particolarmente pericolosi per il Paese, a partire da tutti coloro che sono collusi con la mafia; è inutile dire come ciò indebolirà notevolmente il nostro sistema giuridico favorendo l’aumento della criminalità e lo stesso vale per i reati economici.
In altri paesi occidentali, come in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, è vero che non si può parlare di un processo se non a sentenza emessa, tuttavia lì la macchina giudiziaria è tre volte più veloce rispetto a quella italiana e chiaramente se ne può parlare in tempi brevi. Poiché in Italia, invece, la giustizia va particolarmente a rilento è necessario, al fine di avere un’opinione pubblica informata, fornire subito una cronaca dell’iter processuale.
In Italia si tenta di bloccare le intercettazioni fatte da magistrati – e non quelle fatte da società private- perché la magistratura, essendo organo indipendente, non è facilmente “controllabile” come avviene invece per i servizi segreti, da parte del governo.
Purtroppo nel contesto italiano sarà molto difficile opporsi a tale legge, sebbene sia necessario farlo se si tiene almeno un po’ a quell’alto concetto che prende il nome Giustizia.
Queste due immediate conseguenze di una proposta di legge “criminale” e anticostituzionale ( va contro l’articolo 21 della Costituzione che sancisce il diritto d’informazione da parte dei cittadini) meritano un’accurata analisi e un’attenta riflessione.
Con questa legge risulterà dunque impossibile svolgere indagini su soggetti particolarmente pericolosi per il Paese, a partire da tutti coloro che sono collusi con la mafia; è inutile dire come ciò indebolirà notevolmente il nostro sistema giuridico favorendo l’aumento della criminalità e lo stesso vale per i reati economici.
In altri paesi occidentali, come in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, è vero che non si può parlare di un processo se non a sentenza emessa, tuttavia lì la macchina giudiziaria è tre volte più veloce rispetto a quella italiana e chiaramente se ne può parlare in tempi brevi. Poiché in Italia, invece, la giustizia va particolarmente a rilento è necessario, al fine di avere un’opinione pubblica informata, fornire subito una cronaca dell’iter processuale.
In Italia si tenta di bloccare le intercettazioni fatte da magistrati – e non quelle fatte da società private- perché la magistratura, essendo organo indipendente, non è facilmente “controllabile” come avviene invece per i servizi segreti, da parte del governo.
Purtroppo nel contesto italiano sarà molto difficile opporsi a tale legge, sebbene sia necessario farlo se si tiene almeno un po’ a quell’alto concetto che prende il nome Giustizia.
A quando il partito dei furti con destrezza o l'associazione degli amici dello sballo legalizzato? - si chiede Tullio Camiglieri, Coordinatore del Centro Studi per la difesa dei diritti degli autori e della libertà di informazione, riferendosi alla "Festa dei Pirati" (informatici), svoltasi sabato scorso al cinema Capranica di Roma.
La stessa manifestazione che conta tra i suoi partecipanti "d'eccellenza" Antonio di Pietro: l'inflessibile promotore del rispetto della legalità in Italia è intervenuto al raduno dei sostenitori del libero scambio di materiali multimediali in rete, scambio che spesso avviene in barba alle attuali leggi del copyright ed è quindi perseguibile legalmente.
Come si spiega questa contraddizione apparente? Quali fattori culturali gli permettono di partecipare ad una manifestazione a favore del P2P senza dover dismettere l'abito di fautore della legalità?
°Il primo punto da mettere in evidenza è che da parte della maggioranza dei consumatori il download per uso privato di materiale coperto da copyright non viene percepito come illegale. A ragione o a torto, potremmo chiederci? In realtà la risposta non è così semplice. Da un lato è certo che nessuno di noi, neppure il più accanito fruitore di film, musica o giochi scaricati illegalmente, pensa seriamente che sia giusto non retribuire artisti, intellettuali e programmatori per il loro lavoro. E' evidente che la fatica ed il tempo impiegati nel produrre dei beni culturali (senza contare l'inventiva necessaria), meritino un giusto compenso e che la proprietà intellettuale delle opere sia e rimanga un diritto fondamentale che deve venir riconosciuto. Eppure la facilità di accesso a contenuti tutelati dal copyright e l'impersonalità della procedura di scaricamento contribuiscono alla sensazione di non star compiendo nulla di illegale. Non abbiamo dinanzi a noi la persona alla quale arrechiamo un danno, a differenza di quanto accade con gli altri tipi di "furti", e questo è un fattore della pirateria difficilmente eliminabile. D'altro canto, definire lo scaricamento illegale un "furto" sembra decisamente inappropriato anche a chi scrive. E ciò non soltanto per i fattori di carattere "emotivo" di cui si è parlato sopra, ma anche per ragioni molto più condivisibili e razionali.
°Il problema principale è che l'attuale prezzo della maggior parte dei prodotti multimediale è insostenibile rispetto alla quantità a cui al giorno d'oggi ha bisogno di accedere un uomo di media cultura. Per fare un esempio, un cittadino comune che volesse tenersi mediamente informato sulle novità che il mondo della cultura gli offre al giorno d'oggi seguirà circa 4 serie tv all'anno (il costo medio del DVD con una stagione di un serial televisivo si aggira intorno ai 50 euro). Ogni mese acquisterà come minimo un CD musicale, dal costo medio di 20 euro; leggerà almeno tre libri (molti di più se consideriamo anche quelli che sono materia di studio) il cui costo medio è 20-30 euro l'uno, andrà al cinema più o meno quattro volte (sei-sette euro a spettacolo); inoltre, qualora volesse accedere a buona parte dei contenuti disponibili nelle reti televisive, dovrà sborsare all'incirca 40 euro per la pay tv.
°Soprattutto, tutti ormai sanno che buona parte del ricavato non andrà direttamente all'artista: la mediazione delle grandi case produttrici, che come è certo tendono a gonfiare i prezzi fino a livelli ritenuti inaccettabili dai consumatori, viene ormai vista come ingiustificata, illegittima o predatoria. Se certamente le grosse multinazionali della cultura tendono ad agevolare in un primo momento lo sbocco degli artisti emergenti, è altrettanto vero che in un secondo momento esse spesso divengono, per ammissione degli stessi artisti, una forte limitazione alla loro libertà creativa e alla stessa proprietà intellettuale delle loro opere. Se dunque scaricando illegalmente si fa un danno a qualcuno, la sensazione è che questo danno lo ricevano molto più le grosse major speculatrici che gli artisti stessi. Sono soprattutto loro che, nella nuova era di liberto accesso ai beni multimediali, potrebbero rischiare il tracollo. Ma sarebbe davvero un danno per l'industria della cultura? Ciò non potrebbe invece favorire la nascita di nuovi sistemi di interazione diretta tra intellettuali e consumatori, sistemi che usufruendo della stessa rete potrebbero non avere più alcun bisogno di supporti materiali (pensiamo ai CD, ai DVD o alla carta) e di alcuna intermediazione da parte di terzi, portando ad una minimizzazione dei prezzi ottimale tanto per il consumatore che per il produttore del bene o del servizio?
°Infine, sembra che sia difficilmente giustificabile da un punto di vista etico o razionale la necessità di mantenere il copyright anche su opere che hanno fatto il loro tempo o il cui ideatore non è più in vita. Oltre che il sistema di interazione tra produttore e consumatore è lo stesso sistema del copyright che necessità di essere reso più "leggero" e al passo con i tempi attuali. Non ha senso dover continuare a pagare per vedere un classico del cinema degli anni cinquanta o per ascoltare una canzone di Elvis Presley.
Per tutte queste ragioni riteniamo che la pirateria non sia soltanto sinonimo di barbarie, immoralità e opportunismo. E' soprattutto il frutto di un sistema vecchio e obsoleto che tarda ad adeguarsi alle necessità del pubblico per non correre il rischio di perdere certi privilegi economici di casta. Cosa che troviamo, francamente, indifendibile.
Premessa: non rientra negli intenti di questo blog entrare direttamente nell'arena delle schermaglie dei partiti italiani. Ci interessa, invece, parlare della vita spirituale, culturale, sociale e quindi politica della nazione.
Pertanto trovo che sia opportuno dire la mia sui ben noti eventi di cronaca di questi giorni – quelli riguardanti il presidente del Consiglio, intendiamoci; quegli stessi eventi che sono stati, in modo probabilmente del tutto ingiustificato ma senza dubbio efficace, subito trasformati in strumento di attacco politico e di ricerca del consenso.
La ricerca dei “mandanti morali”: ha un senso individuare una parte di responsabilità in una “certa” opposizione, cioè quella di Travaglio, di Pietro, Santoro e affini?
La ricerca dei “mandanti morali”: ha un senso individuare una parte di responsabilità in una “certa” opposizione, cioè quella di Travaglio, di Pietro, Santoro e affini?
Anche ammettendo che i vari soggetti in questione si possano considerare parte di un unico fronte compatto, in che modo avrebbero contribuito a creare un clima di odio, un clima in cui la violenza possa prosperare e giungere all'esito dell'aggressione fisica nei confronti del premier?
Esigere che anche il presidente del Consiglio si assuma la responsabilità di affrontare fino in fondo i processi che lo riguardano e che sconti la sua pena qualora venisse condannato ha tutto a che vedere con una giusta esigenza di legalità, molto poco con la violenza. Criticare anche con veemenza gli errori veri o presunti della maggioranza fa parte della normale dialettica democratica, discende dalla libertà del parlare; e la libertà del parlare è per sua stessa natura incompatibile con gesti – come quello di tirare un oggetto contundente contro la faccia di chi si odia – che hanno lo scopo di sopraffare, sopprimere, mettere a tacere l'altro.
L'altro in questo caso è il nostro presidente del Consiglio: e in una civiltà che vuole stare alle regole della democrazia, l'unico modo accettabile per sopraffare i propri avversari politici è batterli alle urne. E' una frase che dopo il fattaccio viene ripetuta innumerevoli volte. Ed è senz'altro una delle cose più giuste e sensate che si sentono dire in questi giorni.
Forse dovremmo ricordarci, quindi, che il leader di uno dei partiti della maggioranza (Bossi), appena qualche mese fa esortava il popolo padano a imbracciare i fucili e minacciava di far valere la volontà della propria fazione con la forza. Potremmo anche chiederci quanto lo stesso premier tenga alle regole della democrazia: i suoi atteggiamenti (senza voler citare la sua affiliazione alla loggia massonica P2, potremmo prendere il caso europa 7, il cosiddetto “editto bulgaro”, o il caso più recente del lodo Alfano, ritenuto incostituzionale) denotano una certa insistente tentazione ad usare le possibilità fornitegli dalla democrazia per manipolare, deformare e restringere la democrazia stessa. Ecco, quindi, da dove nasce l'esigenza di una forte opposizione che metta in luce questi aspetti (più o meno condivisibili, ma sicuramente presenti) del suo operare.
Opposizione che in ogni caso non può e non deve fare di Berlusconi una sorta di feticcio, un capro espiatorio a cui attribuire la colpa di tutti i mali del paese.
In questo senso l'atto di odio di Tartaglia, oltre ad essere bestiale e degno di biasimo, è inutile e perfino controproducente. Se pure un domani Berlusconi venisse ucciso in un attentato, assunto in Cielo o rapito dagli extraterrestri, cosa cambierebbe? Scomparso Berlusconi, scomparirebbe la cultura che ne ha consentito l'ascesa?
Ci sono milioni di italiani che, oltre ad avergli accordato la preferenza politica, si rispecchiano pienamente nel suo modus agendi, nelle sue idee di governo, e nello stile di vita proposto dalle sue televisioni commerciali ( che il documentario Videocracy descrive abbondantemente). Lo dimostra il fatto che ben presto anche la televisione di Stato ha scelto di adeguarsi al modello di gran lunga vincente proposto dalla Mediaset (ed il risultato è che oggi la Rai in buona parte ne è solo una copia sbiadita). Oggi ci sono sicuramente migliaia di giovani e meno giovani disposti a offrire qualsiasi cosa pur di ottenere una fugace apparizione sul piccolo schermo, e non ci sarebbe bisogno di richiamare alla memoria gli scandali degli ultimi anni per esserne certi.
La connivenza dello Stato con le lobby di potere e con la criminalità organizzata per il controllo del Sud ha una lunghissima storia alle spalle. Se anche Berlusconi venisse riconosciuto colpevole, il suo sarebbe solo l'ultimo di una interminabile serie di episodi che vanno dall'Unità d'Italia ad oggi. Così come quello dell'inefficienza dei governi locali e della pubblica amministrazione non è certo un problema recente, né è ascrivibile ai soli governi di destra.
Fare di Berlusconi l'unico bersaglio, un idolo, un feticcio, vederlo come un Santo o come il Male assoluto del paese è il modo migliore per disconoscere la scomoda realtà delle cose. E la realtà delle cose è che l'Italia non tornerà magicamente a fiorire quando Berlusconi avrà finito il suo ruolo in politica. Perchè l'ascesa di Berlusconi è stata resa possibile da una società disillusa, stanca e profondamente corrotta. Questa società c'è ancora. La classe politica che oggi ci ritroviamo, maggioranza e opposizione, è figlia della nostra nazione. Non ce la siamo ritrovata tra capo e collo: siamo stati noi ad allevarla con la nostra straordinaria capacità di dimenticarci dell'interesse pubblico nel nome delle nostre piccole e meschine convenienze private; l'abbiamo accudita con la pigrizia ed il disinteresse che ci appartengono. Non culliamoci, quindi, nell'illusione che sia stato un individuo solo a far scendere il nostro paese nel baratro. Nello stato attuale delle cose, solo una profonda e sincera rivoluzione culturale può cambiare questo paese. Ma rivoluzione culturale significa assumersi le proprie responsabilità e decidere di contribuire in prima persona al cambiamento. A partire da oggi.
Il 15 ottobre un missile drone teleguidato ha fatto almeno quattro vittime nel Nord Waziristan, in territorio Pakistano. Il bombardamento è stato effettuato presumibilmente da forze statunitensi, intenzionate a colpire un sospetto campo militare talebano.
L'episodio, che ha trovato pochissima risonanza nei media, è solo l'ultimo di una lunga serie di attacchi degli USA in territorio pakistano, ed è uno dei meno gravi in termini di perdita di vite umane. Infatti è dal lontano 2004 che gli USA conducono in Pakistan una guerra segreta. Segreta perchè perlomeno per noi Italiani si è svolta, e continua a svolgersi, coperta da un silenzio quasi assoluto dei mass media. E segreta anche per via delle scelte tattiche delle forze americane: la quasi totalità degli attacchi è effettuata tramite bombardamenti mirati con missili-drone comandati a distanza, e con attacchi-ombra da parte di soldati sotto copertura.
Il principale teatro d'azione ha luogo nelle zone ad Amministrazione Federale (indicate nella mappa come FATA, ossia "federally administered tribal areas") situate al confine con l'Afghanistan: queste, pur riservandosi una rappresentanza in parlamento ed essendo giuridicamente sotto il controllo dello stato pakistano, sono abitate da tribù con un forte spirito d' indipendenza; è quì che hanno trovato asilo, e col tempo esteso la loro influenza, parte delle forze di Al Qaeda. Agli Stati Uniti è apparso, quindi, naturale includere il Pakistan tra le zone nel mirino della Guerra al Terrore. Nel 2006 a essere vittima dei bombardamenti americani fu, tra gli altri, anche il villaggio di Damadola, dove si riteneva che avesse trovato rifugio il “braccio destro” di Bin Laden, Ayman al-Zawahiri. In quell'occasione l'attacco causò almeno 18 morti tra cui, si ritiene, alcuni membri dell'organizzazione terroristica, ma non lo stesso Ayman, che al momento dell'attacco non si trovava nel paese. L'ottobre dello stesso anno un altro bombardamento alla madrasah (scuola religiosa islamica) di Chenagai, che si dice fosse utilizzata come campo d'addestramento, fece almeno 80 morti. L'8 Settembre '08 l'attacco ad un'altra madrasah, quella di Daande Darpkhel fece 23 vittime, tra cui otto bambini, e perlomeno 18 feriti. Ci siamo limitati a citare solo pochissimi tra i casi degli ultimi anni, di cui è disponibile in rete una cronologia ben più completa che parte dai primi, sparuti attacchi nel 2004 e si prolunga fino a quelli, decisamente più numerosi, avvenuti nel corso dell'anno corrente.
Gli attacchi condotti dagli USA nelle regioni federali si aggiungono a precedenti scontri per il controllo del territorio tra l'amministrazione centrale del Pakistan e le tribù delle Aree ad Amministrazione Federale. Malgrado voci insistenti farebbero supporre l'utilizzo di basi pakistane per il decollo dei droni americani, il governo del Pakistan - attualmente in mano a Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto - ha negato ogni coinvolgimento negli attacchi, e anzi ha sempre definito questi attacchi americani, che a suo dire verrebbero condotti unilateralmente senza la collaborazione con le forze pakistane, come una vera e propria violazione della sovranità del Paese. Il mancato coinvolgimento del governo locale verrebbe giustificato, stando alle dichiarazioni americane, dal forte sospetto della presenza di simpatizzanti per al Qaeda all'interno dei servizi segreti del Pakistan.
Qualora effettivamente gli attacchi fossero condotti senza alcun coinvolgimento del governo locale, le circostanze giustificherebbero una simile violazione della sovranità pakistana? La presenza in uno stato di singoli gruppi terroristici, gruppi persino ostili al governo locale, sono una buona ragione per violarne impunemente i confini con delle azioni militari? E' lecito condurre, come nei fatti accade, una guerra contro uno stato che non ha alcun coinvolgimento nelle azioni dei terroristi annidati all'interno del proprio territorio?
La questione potrebbe sembrare una semplice sottigliezza formale e giuridica, se non tenessimo conto delle vittime civili e degli effetti dei bombardamenti americani sul territorio pakistano.
Potrebbe sembrare una questione superflua se, infine, non ci ricordassimo che tutto l'assetto internazionale odierno si basa su simili sottigliezze, sottigliezze come il principio secondo cui ciascuno Stato è sovrano del territorio compreso nei propri confini, territorio che non può essere legalmente violato da altri Stati. Ciascuno può immaginare che fine farebbe la già compromessa e illusoria stabilità dello scenario politico internazionale qualora la violazione di tali regole formali divenisse, sulla base di simili precedenti, la regola e non l'eccezione.
Tra le fonti consultabili:
Times Online sull'attacco di Damadola
Sito della BBC
Sito del New York Times: bombardamento di Daande Darpkhel
Cronologia dei bombardamenti americani secondo il sito Pakistani Intellectuals
Aaron Allegra
Tra le fonti consultabili:
Times Online sull'attacco di Damadola
Sito della BBC
Sito del New York Times: bombardamento di Daande Darpkhel
Cronologia dei bombardamenti americani secondo il sito Pakistani Intellectuals
Allontana il tuo pensiero da questa via di ricerca e non ti spinga su di essa l'abitudine di lasciarti guidare da un occhio che non vede, da un orecchio che rimbomba e dalla parola: giudica invece con ragione. (Parmenide)
Era questo l'intento del femminismo de "Una donna ha bisogno di un uomo come un pesce di una bicicletta"?
Sono queste donne, figlie e mamme , comparse mute o donne-piededitavolo, il frutto e il simbolo dell'emancipazione femminile?
Questo topos televisivo della donna è frutto di sfiducia nella reale possibilità che possa esistere parità de facto tra uomo e donna o è l'ennesima prevalicazione di una visione machista della donna all'interno del panorama televisivo?
Se la sfiducia è l'ingrediente che non ha fatto fermentare un'immediata e intensa ribellione a questa direzione, difficile risulta trovare motivazioni ragionevoli che giustifichino la visione del corpo-oggetto al di fuori di una visione rivisitata e resa "socialmente accettabile" del maschilismo di terza categoria.
A tal proposito Gad Lerner scrive nel suo blog riguardo A.Ricci:
"vedo in lui -che adora pensarsi nichilista e sovversivo- il Dante Alighieri del berlusconismo; cioè il vate che ha tradotto nella lingua volgare della televisione commerciale una mentalità degradante e misogena, da vitelloni e da frequentatori di casino, senza un passo avanti rispetto all’italietta puttaniera e clericale degli anni Cinquanta."
Ben vestito e con la falsa democrazia del telecomando questo libertinaggio sul corpo delle donne (c'è chi lo definisce "fascismo estetico" ma accostamenti cosi arditi li salto a piè pari) come era facile aspettarsi si è fatto strada fra gli uomini ma fuori da ogni aspettativa (o buon senso) ha preso possesso anche delle donne.
Sotto questa luce,o in questo buio, non è più la possibilità di poter lavorare e realizzarsi professionalmente pur avendo una famiglia la conquista del nostro tempo (alludendo con "professionalmente" a capacità coltivate che trascendono la semplice esposizione di decoltè) ma la possibilità "di andare a letto con tanti uomini e non venire considerate cattive ragazze".
La ricerca della parità si è trasformata in una disdicevole ricerca acritica di uguaglianza. Le opportunità nell'essere libere di fare e libere da pregiudizi si è trasformata in una continua ricerca di appagamento unidirezionale dal sexy per il sexy nel sexy (naturalmente per gusto e desiderio squisitamente maschile).
Le mie fiducie si ripongono nell'indisponibile femminilità donna che continuerà a esistere e prender piede a sfavore di una femminilità uomo unicamente dipinta con colori nudi che tanto hanno di volgare e veramente poco di sensuale.
Gabriele Pergola
Vorrei che riflettessimo riguardo al recente attentato avvenuto in Afghanistan contro i militari italiani della Folgore che ha causato la morte di sei uomini. Gli attentatori,i Talebani,sono persone estremamente pericolose, frutto di un’educazione religiosa da quattro soldi, abituati a risolvere i problemi con la violenza, traboccanti di presunzione che li fa sentire i veri riformatori dello stato musulmano. Hanno sfruttato appieno il punto debole della religione: il suo essere vulnerabile a strumentalizzazioni finalizzate alla giustificazione di atti di violenza.
Di fronte ad una tale situazione, la soluzione più evidente sembra essere quella adottata dagli States,seguiti a ruota dall’Italia,ossia la cosidetta “pacificazione”,eliminazione dei nemici che ostacolano lo sviluppo della democrazia. D’altronde, noi occidentali ci sentiamo maestri di democrazia, ma forse dovremmo essere i primi ad imparare, visto il marciume di cui è macchiato il nostro sistema. Un esempio palese di quanto siamo democratici e rispettosi della pace è che siamo, al secondo posto dopo gli USA, i maggiori produttori di armi. Le stesse armi che vengono comprate dai terribili talebani, le stesse armi contro le quali, probabilmente, combattevano i sei della Folgore!
Piangere dunque per la morte di ragazzi mandati a combattere una guerra da noi stessi fomentata in nome del Sacro Dio Denaro adorato tramite il commercio di armamenti,appare come una disgustosa ipocrisia. E’ ovvio che ciò non significa che la responsabilità sia tutta del mercato ,ciò toglierebbe la responsabilità dei militanti fondamentalisti in quello che hanno fatto, ma dobbiamo almeno dire con oggettività che, mandare avanti il mercato bellico significa desiderare che ci siano guerre in cui vengano acquistati i suoi prodotti, guerre dunque impossibili senza tali mercati. E così entriamo in uno squallido circolo vizioso dove è sempre il profitto a dettare legge. Il governo italiano non può dirsi dispiaciuto per la morte dei suoi militari se poi una politica di disarmo,che ridurrebbe drasticamente tutte queste morti, non rientra nemmeno lontanamente nei suoi progetti.
E i sei della folgore? Erano consapevoli di tutto questo? Sapevano che accettando di partecipare a questa guerra si sarebbero offerti come vittime sacrificali per la adorata Divinità Monetaria? Sapevano che risolvere il problema con la violenza non salverà l’Afghanistan? Sapevano che l’Afghanistan è uno dei maggiori produttori di oppio e che lo commercia solitamente in cambio delle solite care vecchie armi? Il dolore per la loro morte è grande e non può essere altrimenti. Soltanto, però, penso che piuttosto che definirli martiri, come è stato fatto da alcuni, sarebbe meglio il termine vittime. Vittime di un’illusione: la “pacificazione” dell’Afghanistan; di una dittatura: il regime talebano; di un fariseo ipocrita: il governo e il suo mercato bellico, che si impegna a difendere una pace che viene ostacolata dai suoi stessi commerci. Difendere la pace con le stesse armi che la sopprimono. Forse a scuola non erano delle cime e si sono dimenticati un semplice concetto filosofico, il principio di non-contraddizione?
Pietro Lo Re
[Leggi...]
Di fronte ad una tale situazione, la soluzione più evidente sembra essere quella adottata dagli States,seguiti a ruota dall’Italia,ossia la cosidetta “pacificazione”,eliminazione dei nemici che ostacolano lo sviluppo della democrazia. D’altronde, noi occidentali ci sentiamo maestri di democrazia, ma forse dovremmo essere i primi ad imparare, visto il marciume di cui è macchiato il nostro sistema. Un esempio palese di quanto siamo democratici e rispettosi della pace è che siamo, al secondo posto dopo gli USA, i maggiori produttori di armi. Le stesse armi che vengono comprate dai terribili talebani, le stesse armi contro le quali, probabilmente, combattevano i sei della Folgore!
Piangere dunque per la morte di ragazzi mandati a combattere una guerra da noi stessi fomentata in nome del Sacro Dio Denaro adorato tramite il commercio di armamenti,appare come una disgustosa ipocrisia. E’ ovvio che ciò non significa che la responsabilità sia tutta del mercato ,ciò toglierebbe la responsabilità dei militanti fondamentalisti in quello che hanno fatto, ma dobbiamo almeno dire con oggettività che, mandare avanti il mercato bellico significa desiderare che ci siano guerre in cui vengano acquistati i suoi prodotti, guerre dunque impossibili senza tali mercati. E così entriamo in uno squallido circolo vizioso dove è sempre il profitto a dettare legge. Il governo italiano non può dirsi dispiaciuto per la morte dei suoi militari se poi una politica di disarmo,che ridurrebbe drasticamente tutte queste morti, non rientra nemmeno lontanamente nei suoi progetti.
E i sei della folgore? Erano consapevoli di tutto questo? Sapevano che accettando di partecipare a questa guerra si sarebbero offerti come vittime sacrificali per la adorata Divinità Monetaria? Sapevano che risolvere il problema con la violenza non salverà l’Afghanistan? Sapevano che l’Afghanistan è uno dei maggiori produttori di oppio e che lo commercia solitamente in cambio delle solite care vecchie armi? Il dolore per la loro morte è grande e non può essere altrimenti. Soltanto, però, penso che piuttosto che definirli martiri, come è stato fatto da alcuni, sarebbe meglio il termine vittime. Vittime di un’illusione: la “pacificazione” dell’Afghanistan; di una dittatura: il regime talebano; di un fariseo ipocrita: il governo e il suo mercato bellico, che si impegna a difendere una pace che viene ostacolata dai suoi stessi commerci. Difendere la pace con le stesse armi che la sopprimono. Forse a scuola non erano delle cime e si sono dimenticati un semplice concetto filosofico, il principio di non-contraddizione?
Pietro Lo Re
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Inserirsi in questo mare magnum necessita delle motivazioni serie per evitare di correre il rischio di risultare superflui.
Quello che ci ha spinto ad entrare nel panorama dell'informazione on-line trova le sue fondamenta in una forte fiducia, oggi tutt'altro che scontata, nella possibilità di raggiungere una verità comune attraverso il dialogo.
Impegnandoci a non cadere in faziosità autoreferenziali, nella cronaca fine a se stessa e in una satira che non lascia spazio alla discussione, speriamo che la condivisione delle nostre premesse vi spinga a mettervi in gioco contribuendo attivamente alla creazione di un clima stimolante per lo sviluppo di proficue riflessioni.
Per rendere questo spazio uno spazio comune e maggiormente aperto al dibattito costruttivo e pacifico tra le più differenti posizioni, accetteremo anche riflessioni e articoli da parte di voci esterne allo staff, di chiunque sia in grado di esporre compiutamente e con rispetto il proprio pensiero.
Lo staff di Attrito
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Per rendere questo spazio uno spazio comune e maggiormente aperto al dibattito costruttivo e pacifico tra le più differenti posizioni, accetteremo anche riflessioni e articoli da parte di voci esterne allo staff, di chiunque sia in grado di esporre compiutamente e con rispetto il proprio pensiero.
Lo staff di Attrito