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L’amicizia morale […] non si fonda su un patto esplicito, ma, sia che si faccia un dono, sia che si renda un qualsiasi altro servigio a qualcuno, glielo si fa in quanto amico: tuttavia, si pensa di meritare di ricevere altrettanto o di più, come se non si fosse fatto un dono ma un prestito; […].  
Chi può, dunque, deve contraccambiare il valore di ciò che ha ricevuto (non dobbiamo, infatti, farci uno amico contro la sua volontà; quindi, bisogna comportarsi come se ci si fosse sbagliati all’inizio e si fosse ricevuto del bene da chi non si sarebbe dovuto riceverlo, perché non era nostro amico né uno che lo facesse per il solo gusto di donare; bisognerà, quindi, ripagare colui che ci ha beneficati, come se ci fosse stato un patto esplicito). E l’accordo dovrebbe consistere nell’impegno di contraccambiare se si può: d’altra parte, neppure il benefattore lo esigerebbe, se l’altro non può. Cosicché, se è possibile, bisogna contraccambiare. Fin dal principio, però, bisogna badar bene alla persona da cui si riceve un beneficio ed a quali condizioni, per sottostarvi o rifiutarle."

Aristotele, Etica Nicomachea, Libro VI
  

   Per noi fortunati il periodo natalizio è sempre pieno di regali da fare o da ricevere. Questo come altri momenti che scandiscono le stagioni della vita ci ricordano di regalare qualcosa o di essere pronti all’arrivo di una piacevole sorpresa.
   In entrambi i casi spesso si tratta di dare o di ricevere qualcosa che non racchiude nella sua utilità il significato del dono.
Donare, a differenza di dare, ha una portata più ampia; una ricchezza che se coltivata porterà alla creazione di un movimento che lega il donatore al donatario.

Un contributo fondamentale a quello che Caillé chiamerà il terzo paradigma è ad opera di Godbout ne “Lo spirito del dono”. Entrambi gli studiosi attraverso le loro ricerche portano alla luce l’esistenza di un terzo sistema per la circolazione di beni e servizi, una terza via alternativa allo stato e al mercato, intermedia tra la retribuzione e lo scambio.
Se era evidente che questa terza via valesse nelle civiltà arcaiche, come mostrato dagli studi classici di Mauss, Levi-Strauss ed altri filosofi, il merito di Godbout è quello di averne rilevato i tratti nella società moderna, capitalistica ed utilitarista.

   Come Godbout stesso dimostra, portare alla consapevolezza l’esistenza di questo terzo sistema che già agisce nella nostra società è importante per rivalutare alcuni dogmi negativi della stessa, quali la naturalità dell’uomo come soggetto economico, il mito del profitto e l’egoismo come spinta alla base di ogni rapporto sociale.

Per intendere come questo sia possibile e cogliere l’essenza del dono, dovremo distinguere che nel volgare dare, donare, elemosinare ed altri termini vengono usati indifferentemente per indicare un atto di carità, ma noi ci appropriamo di alcune sfumature fondamentali da utilizzare al fine di cogliere a fondo i tratti distintivi del dono.

   In particolare la differenza tra elemosinare e donare rende conto di una importante diversità.
L’elemosina infatti, trova la sua messa in atto nel binomio dare-ricevere nel quale spesso il movente è la disuguaglianza economica o sociale, causa di un disagio a cui si cerca di sopperire. Pertanto lo spazio dell’elemosina è tutto definito all’interno della generosità (propriamente agape) e si conclude nell’atto stesso di dare.

   Il dono piuttosto è articolato in un movimento più ampio che include la triade “dare-ricevere-ricambiare”, messa a fuoco dall’antropologo francese Mauss nel famoso “Saggio sul dono” (1925). Mauss attraverso i suoi studi rende nota che nello spazio del dono entrano a far parte sia il legame che la reciprocità.
   Una reciprocità implicita che non ha pretesa di uguaglianza e per questo non snatura il dono della sua gratuita, focalizzando la possibilità di spezzare generosità e disinteresse, riuscendo a non contrapporre un fine alla gratuità, linfa del dono.

   Noi pervasi da un sistema capitalistico onnipresente, per salvarlo a questo e conservane la gratuità necessaria ci sentiamo obbligati a rifuggire la possibilità che possa esistere nesso tra un fine e il dono e quasi proviamo ripugnanza ad accostare le due cose.
Non riusciamo che a immaginare il dono puro, intriso di un amore ideale fuori da qualsiasi sistema e relazione sociale.
Ma poiché il dono non è mai ricompensa ad un merito o ad uno sforzo, la gratuità è e resta dominate, e con i giusti distinguo ci permette di trovare una valenza sociale che inconsapevolmente spesso sperimentiamo.

   Lo scambio a differenza del dono infatti, è inserito in una logica di tipo mercantile. Gode di un’agevole possibilità di exit, cioè la possibilità di uscire dal rapporto sociale nel momento in cui non si è più soddisfatti, di solito attraverso il pagamento(1). Il pagamento rientra proprio nella necessità di appagare il gap che si crea tra i soggetti, estinguendo immediatamente qualsiasi forma di debito.
Al contrario, attraverso il dono è come se noi stessi ci obbligassimo liberamente a ricambiare.

   La mancanza di pretesa riguardo a qualsiasi forma di garanzia e di modi e di tempi ci rassicura che la reciprocità non lo renda uno scambio mercantile, ma lo inserisca nel registro della filia, dell’amore scambievole.
Inoltre il più delle volte il dono ha un valore utile quasi nullo e pertanto non è altro che mediatore simbolico, un segno. Si pensi al valore aggiunto di una rosa o di un dono personalmente creato a discapito del valore di mercato.

   Il dono può naturalmente non essere accettato o ricambiato, o può essere ricambiato nelle possibilità e nei tempi che non dipendo affatto dal donatore. Questo sottolinea l’importanza del saper ricevere all’interno della triade, che matura nella capacità di saper attendere e nell’esser fiduciosi dell’altro, al tal proposito basti pensare l’importanza della fiducia in economia e nei sistemi finanziari che meriterebbero un discorso a parte.

   Proseguendo a sua volta, chi ha ricevuto tende a mettersi nella condizione di ricambiare donando anch’esso, cercando di ricambiare in misura maggiore, ricreando in modo invertito la disuguaglianza tra donatore e donatario.
Di questa disuguaglianza si ciba il legame che il dono crea, anzi il dono stesso diventa il legame.

   “Ma mentre il dono instaura e alimenta un legame sociale libero, il mercato libera tirandoci fuori dal legame sociale […] generando così l’individuo moderno, senza legame, ma pieno di diritti e di beni” (1).
Non è nei miei intenti demonizzare la libertà mercantile che ci permette, quando occorresse, di << badar bene alla persona da cui si riceve un beneficio ed a quali condizioni, per sottostarvi o rifiutarle >>(3).

   Inevitabilmente emerge la necessità di ritrovare una maggiore consapevolezza del dono, di ricreare una virtù del dono che si rifletta sulle altre sfere della società; creando una consapevolezza nuova, attraverso un’attesa che sia fiduciosa per rinnovate e dovute ragioni, attraverso la speranza. D’altra parte qualcosa l’abbiamo già ricevuta quando eravamo bambini, completamente affidati a chi ci circondava e gratuitamente, senza che avessimo merito alcuno, ci donava le sue attenzioni.(2)
Questo ci invita ad avere fiducia che qualcosa che vada oltre i nostri meriti possa ancora attenderci, nel natale.



Gabriele Pergola


(1): cfr. “Lo spirito del dono”, J. T. Godbout (con A. Caillé).
(2): cfr. “La stella dei Magi”, G. Savagnone, Elledici.
(3): cfr. “Etica nicomachea”, libro VIII, Aristotele.
[Leggi...]
"Ma voi pochi sublimi animi che solitarj o perseguitati su le antiche sciagure della nostra patria fremete, se i cieli vi contendono di lottar con la forza, perchè almeno non raccontate alla posterità i nostri mali? [...]- Se avete le braccia in catene, perchè inceppate da voi stessi anche il vostro intelletto di cui nè i tiranni nè la fortuna, arbitri d'ogni cosa, possono essere arbitri mai? Scrivete. Perseguitate con la verità i vostri persecutori. E poichè non potete opprimerli, mentre vivono, co' pugnali, opprimeteli almeno con l'obbrobrio per tutti i secoli futuri."
"Ultime Lettere di Jacopo Ortis" - Ugo Foscolo

Ugo Foscolo scrive le Ultime Lettere di Jacopo Ortis nei primi anni dell'800. Il suo riferimento polemico sono i dominatori stranieri e dispotici dell'Italia divisa, tanto gli Austriaci quanto i Francesi. Oggi, la situazione in apparenza sembra essere tutt'altra. L'Italia non (dovrebbe) più essere un paese diviso; nè tantomeno si dovrebbe più poter parlare di dispotismo. Questa citazione potrebbe apparire dunque anacronistica.
Non lo è.

Cortei. Referendum. Scioperi. Manifestazioni.
Qualsiasi forma di espressione del dissenso sembra non scalfire minimamente la pertinacia del potere nel raggiungere gli obiettivi che si è imposto e che, malgrado tutto e tutti, ha imposto alla nazione. Si potrebbe pensare alla riforma Gelmini, che sembra dirigersi inesorabilmente verso una definitiva approvazione, malgrado parallelamente e all'opposto la protesta divenga sempre più dura e generalizzata ogni giorno che passi.
Ma non si tratta solo di questo.
Inceneritori. Nucleare. Acqua pubblica. Esclusione dei condannati dal Parlamento e introduzione della preferenza diretta in sede elettorale. Tematiche vitali su cui il popolo si è espresso, a volte con un vero e proprio referendum, tanto chiaramente quanto invano. Negli ultimi anni abbiamo avuto un fior fiore di esempi altamente indicativi del distacco crescente tra gli eletti e gli elettori.

Nè si tratta solo della nostra Nazione. Potrei citarvi il trattato di Lisbona - in Irlanda, dato che il risultato del primo referendum non era gradito all'UE, si è pensato bene di ripeterlo a pochi mesi di distanza (?!). Potrei ricordarvi che lo stesso organismo esecutivo dell'UE - la Commissione - non viene eletta direttamente da noi cittadini membri. Ma scrivere più di questi pochi cenni sarebbe ridondante e mi porterebbe fuori tema - pertanto spero che vi bastino; se così non è, ciascun lettore potrà, volendo, approfondire da sè.
Insomma, la situazione italiana ed europea oggi non si presenta rosea, per chi avesse la velleità di esprimere in modo costruttivo il proprio dissenso nei confronti dell'ordine costituito. Che valore hanno parole come "senso civico" in un mondo che sembra spingerci sempre più ad occuparci unicamente della nostra piccola sfera privata? E ammesso che ce l'abbiano ancora, un valore, come dare ad esse la necessaria forza d'impatto per incidere sulla realtà concreta, dato che nè il numero dei manifestanti nè la giustezza della causa nè l'intensità dei differenti modi di esprimere il dissenso sembrano poter provocare alcun effetto?

Foscolo, che scrisse in tempi di certo non più facili dei nostri, ci dà una risposta attualissima. Ciò che malgrado tutto, malgrado il potere dei "coltelli" in mano a despoti e tiranni e l'onnipervasiva resistenza della "fortuna" e delle contingenze storiche non può essere soggiogato, è la forza liberatrice della scrittura.
Non solo la scrittura è capace, in quanto espressione artistica, di dare eternità tramite la perfezione della forma ai valori etici alla base di qualsiasi civiltà degna di essere.
La scrittura è anche, e più radicalmente ancora, la forza del pensiero espresso. Un pensiero che deve essere tanto più libero quanto più le circostanze esterne sembrano critiche. Perchè nessun potere e nessun tiranno può impedirci di pensare diversamente. Solo ciascuno di noi può "inceppare da sè stesso il proprio intelletto" - e proprio rassegnandosi, lasciandosi vincere dall'impotenza o peggio ancora dalla pigrizia e dal comodismo, o dalla paura dell'incomprensione altrui.
L'abitudine e il coraggio di pensare rendono profondamente, e irrevocabilmente, liberi. Qualunque sia il peso delle imposizioni esterne. E un pensiero libero può diventare tanto più forte nella comunicazione agli altri e ai posteri, nell'espressione scritta, o orale. Un pensiero libero può a sua volta liberare chi ci circonda, purchè sia figlio della verità, principale e perenne nemica dell'interesse egoistico dei tiranni di ieri e di oggi. 

[Leggi...]


Le riflessioni connesse a Dio sono tra quelle con cui ognuno si è confrontato e si confronta. Il contributo che i filosofi hanno apportato lungo la storia è notevole e indubbiamente in ognuno sono seminate scaglie di verità. Spesso il compito del lettore è quello di ricostruire un’immagine non più integra.


Feuerbach è tra quei pensatori che ha contribuito special modo attraverso la rivisitazione del suo pensiero operata da Marx. Ci permette di dispiegare la ricerca provando e “riprovando” galileianamente (1) tesi e argomentazioni.



“Tu credi che l'amore sia un attributo di Dio perché tu stesso ami, credi che Dio sia un essere sapiente e buono perché consideri bontà e intelligenza le migliori tue qualità. […] l'esistenza di Dio, anche la fede nell'esistenza di un qualsiasi dio è un antropomorfismo, una proiezione assolutamente umana.
L'essenza del cristianesimo, Feuerbach

Il brano riesce ad essere emblematico del pensiero di Feuerbach, mettendo a fuoco il nocciolo della sua filosofia materialista, che Dio non esiste se non come illusione della coscienza e del pensiero umano, che proietta in esso i propri attributi.

Il sentimento di dipendenza dell’uomo è il fondamento della religione; l’oggetto di questo sentimento di dipendenza, ciò da cui l’uomo dipende, e si sente dipendente, non è per altro, originariamente, che la natura.
L’essenza della religione, Feuerbach

E’ bene fin da subito onde evitare un facile slittamento di binari, distinguere il “problema dell’esistenza di Dio” e il “problema sulle qualità di Dio”. Il primo problema naturalmente fa da substrato al secondo, seppur necessariamente emergano forti intersezioni tra i due.


Feuerbach prende una posizione netta riguardo a entrambi ponendosi nella posizione di chi nega l’esistenza di Dio. Non è Dio ad aver creato l’uomo bensì l’uomo ad aver creato Dio, il quale è un prodotto della coscienza umana e le qualità che a questo attribuiamo sono proiezioni di attributi umani resi perfetti. Focalizzato questo Feuerbach si chiederà il perché nasca l’idea di Dio soffermandosi su diverse analisi (distinzione individuo-specie, opposizione volere-potere, dipendenza di fronte alla natura).

Portato spesso a vessillo del “dover morale” di essere ateo, il pensiero di Feuerbach mostra però vizi non indifferenti.

La critica fondamentale che in tanti hanno mosso è di carattere metodologico che inficia e svuota le sue argomentazioni.
Feuerbach argomenta muovendo un’analisi di 
tipo psicologico che non confuta le tesi che la religione porta a suo favore ma cerca di minarla nelle fondamenta, commettendo però l’errore di screditare la possibilità che ha l’uomo di approcciarsi a Dio senza essere succube del carattere totalizzante dei suoi bisogni.
Quanto segue cecherà di mettere in luce quanto questo vizio fa perdere al discorso ogni valenza sul piano teoretico.


Ipotizziamo che sia veritiera la tesi feuerbacchiana per la quale è l’uomo a crearsi un Dio con tutte qualità umane. Così posto si dispiegano due scenari possibili:

   Il primo nel quale Dio effettivamente non esiste e non rimane altro che quanto detto da Feuerbach, cioè che Dio è solo il prodotto dell’uomo.

   Il secondo nel quale Dio effettivamente esiste e continua ad essere vera la tesi di Feuerbach, che l’uomo si crea attraverso la sua coscienza un Dio e gli attribuisce determinate qualità.

Che entrambi gli scenari siano concepibili senza contraddizioni logiche fa emergere il vizio di fondo che permea le argomentazioni di Feuerbach.


Il fatale inghippo nasce dalla sottaciuta ma implicita condizione necessaria per cui, riguardo a Dio è vero che un bisogno crea l’oggetto del desiderato, intaccandone l’ontologia.
Ma esplicitata, risulta evidente quanto accettare una simile condizione porti inesorabilmente a situazioni inconcepibili.

In ogni uomo esiste ed è direttamente percepibile la necessità di mangiare, la fame.
Secondo il 
modus agendi feuerbacchiano dovremmo sostenere che non c’è possibilità che esista del cibo perché sarebbe solamente frutto della nostra immaginazione, un miraggio, condizionato dal bisogno impellente di mangiare.
L’esempio mette chiaramente in luce come 
l’esistere non possa dipendere dai bisogni umani
Ragionevolmente si potrebbe sostenere che il mangiare da qualche parte possa –non debba- esistere, e mossi da questa possibilità intraprendere una ricerca.

Inoltre se è innegabile che esperire Dio è ben più difficile che esperire una persona, mai nessun innamorato ha pensato che l’esistenza del soggetto del proprio amore potesse dipendere dall’amore stesso che egli provava o dal bisogno che aveva di quella persona.
Chiaramente l’esempio non vuole avere carattere probativo ma aiuta a cogliere da diverse prospettive le contraddizioni ontologiche cui porta un metodo simile.

Altresì potremmo adoperare lo stesso metodo per ogni argomentazione che vuole sostenere una tesi riguardante l’uomo.
Le stesse tesi di Feuerbach potrebbero così essere soggette allo stesso trattamento.
Nessuno vieta di pensare che l’avversione di Feuerbach sia una pretesa d’indipendenza mossa dall’esigenza di sentirsi autonomi e autosufficienti, basti pensare alla nascita del peccato originale nella Bibbia per capire quanto arcaico e insito nella natura umana sia questo desiderio (a prescindere dalla propria aderenza al testo sacro è largamente condiviso il suo valore 
esistenziale). 
Ma non penso che Feuerbach si compiacerebbe se invece di giudicare le sue ragioni giudicassimo solamente il contesto da cui scaturiscono.

Naturalmente un discorso di questo genere non confuta le tesi di Feuerbach, come le tesi di Feuerbach non minano in alcun modo la possibilità di creare un discorso 
ragionevole su Dio.

Sintetizzando quanto detto fin ora:
  •  Le tesi di Feuerbach potrebbero valere anche nel caso in cui Dio esista.
  •  Il bisogno di qualcosa non può dirci niente di certo riguardo l’esistenza dell’oggetto desiderato, né tanto meno sulle qualità di questo.

Questo non dimostra che Dio esista, ma che questo modo di procedere non ci dice assolutamente niente riguardo l’esistenza o la non esistenza di Dio.

E’ comunque doveroso dover riconoscere al discorso sostenuto da Feuerbach (e da Marx che adopera lo stesso metodo) la capacità di metterci in guardia dal correre un rischio reale ma da cui possiamo preservarci. Proprio Feuerbach ci testimonia la possibilità di non essere necessariamente vincolati dai nostri bisogni e ha fiducia nella capacità di non essere succubi di questi.
Resta quindi il dovere di 
onestà intellettuale cui ci richiamano queste tesi, non essere avventati e superficiali come purtroppo oggi accade proprio nei discorsi di tanti credenti nei quali la fede e il rapporto con la religione più in generale è ormai cancrenizzato nell’abitudine e spesso ha perso la capacità di cogliere quanto c’è di rivoluzionario e di nuovo rispetto al modo di pensare del “vecchio uomo”.

Fa riflettere che la cosa più istintiva è quella di pensare che se si manifesta in me un bisogno probabilmente – ma non necessariamente - possa esistere qualcosa che lo soddisfi, sarà poi la mia ricerca a confermarmi o smentirmi.

Se oggi accade il contrario, la ratio di questo timore va ricercata tra ragioni dispiegate lungo la storia per le quali la religione è vista nel suo essere totalizzante come qualcosa di totalitario che al contrario di liberare l’uomo lo vincola a dei precetti.
Schiava di una “morale della legge” che non ha trovato la sua evoluzione in una “
morale della virtù” e del piacere.
In una logica nella quale i legami sono vincoli e non ponti per una maggiore consapevolezza, responsabilità e inevitabilmente libertà.



(1): Il riprovare galileiano ha senso letterale di “rigettare”, “scartare”. Questo gli ha fatto spesso attribuire il un carattere epistemologico pre-popperiano.







Gabriele Pergola
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Estratto di un racconto scritto da un amico,Alberto Patella.Una città costruita interamente in legno è minacciata dal divampare di un terribile incendio.Un misterioso eroe,intenzionato a risolvere il problema,si reca dalla regina della città che lo mette alla prova con una riflessione sul senso ultimo degli eventi accaduti.


La regina sorrise ancor di più,con quello sguardo colmo di affetto che può esserci tra un figlio ed una madre. Cambiò lievemente posizioni sul trono e iniziò il suo discorso. – La considerazione essenziale,riguarda principalmente i meccanismi generali al cui interno siamo coinvolti-.
Dopo una brevissima pausa,dove ella si schiarì la voce debole e stanca,tutto continuò :
-Osservando il mondo,spesso si nota la sua perfetta logica,come un meccanismo ben oliato. Le emozioni di noi esseri,le liti,l’amore,l’odio,gli eventi ed in generale ogni relazione della città,sembrano incastrarsi perfettamente tra loro. Tutto segue una sua logica,termine che non deve ingannarvi dal momento che non si tratta di qualcosa che possiamo comprendere nel suo sviluppo,ma solamente percepirne la presenza. Vi parlo,o miei sudditi, di una logica astratta,che vede anche negli errori,o i più grandi colpi di scena,come ad esempio il fatto che abbia elogiato proprio ora un servo che non conoscevo,collocarsi in un disegno complessivo del quale non vediamo mai la fine,ma che percepiamo come costante e invadente. Sia che si guardi la carestia imperversare,sia che ci si perda nella contemplazione di queste splendide linee naturali-,ed indicò la colonna proprio dietro di loro,-tutto sembra rientrare in un perfetto gioco di meccanismi,come un teatro dove agli attori viene lasciata la libertà di improvvisare su una parte già scelta in precedenza.
Compreso dunque,che i ruoli già li conosciamo,possiamo conoscere anche i confini del teatro in cui essi recitano?

A te,nostro salvatore,pongo questa domanda che ti accompagnerà nel tuo cammino,e ancora altri quesiti ho per te. Dunque nelle nostre azioni c’è un disegno,ma ciò vale anche quando vedo i miei sudditi morire per la fame? O quando un nostro fratello muore per malattia,o perché scivola da qualche torre di legno,o perché un terremoto,come in lontani giorni è successo,squarcia la nostra città o infine,perché le fiamme di un incendio enorme e perenne brucia i nostri corpi? Perché anche ciò ci affligge? L’incendio è un fenomeno totalmente svincolato dal nostro agire,eppure ne paghiamo le conseguenze,chiediamoci se c’è una logica dietro tutto questo. Vi dico allora,che occorre modificare il nostro modo di vedere le cose per capire da dove è nato l’incendio,cambiare il nostro punto di vista,infatti se si vuole sconfiggere una cosa,prima bisogna comprenderne la nascita. Vi dirò quindi come quella logica astratta di cui parlavo prima,può essere applicata anche per l’incendio infernale. Se ogni evento esterno al nostro volere,esterno alla  costruzione della città,si pone in relazione con noi esseri,ecco  che tutto prende forma,relazione che va ricercata nel fine degli eventi,e non nella causa. Non intendo assolutamente affermare che il fuoco sia venuto per portarci benefici per chissà quale motivo divino e imperscrutabile,esso ci uccide,ci sfinisce,e impariamo da lui solo morte. Dico però,che le fiamme nascono dallo stesso meccanismo che regola il nostro esistere in questa città,e il relazionarci ad essa. A questo punto le ipotesi sono due: o esseri e incendio camminano su due binari paralleli che non si incroceranno mai,oppure la strada è la stessa,ma noi siamo lentissimi a percorrerla e comprenderla,e l’incendio è così veloce nel suo avanzare,che non lo riconosciamo come legato a noi. C’è qualcuno tra di voi,dei più saggi e perspicaci,il quale afferma che gli dei creatori sono così vasti,crudeli,e tanto è il loro potere,che ignorerebbero perfettamente la scomparsa della nostra città e dei suoi abitanti,invece io vi dico che noi fratelli e il creato che ci circonda,siamo la stessa cosa. Si! Mi riferisco anche all’incendio. Solamente che noi siamo una manifestazione mille volte più complessa e quindi più lenta,rispetto al semplice fuoco distruttore. 

Noi ci autodefiniamo,siamo liberi di agire,e comprendiamo con lentezza ed erroneamente il gioco di meccanismi che ci sovrasta,il fuoco,invece,non si  autodefinisce,agisce,esso non è niente,brucia e basta. Una tale lontananza tra noi e l’incendio ci vede quindi, come figli di una stessa volontà che si respingono a vicenda,come una lotta tra due fratelli dove il più grande,è anche il più insensibile e stupido,ma anche il più forte,e per evitare che un giorno il proprio fratellino più debole,mille volte più intelligente ma ancora lento nel suo apprendere,possa spodestarlo,lo uccide. Per finire,vorrei paragonare ancora ciò che ho detto ad una grande opera di teatro,come se ne facevano un tempo. Sapete infatti,che il ruolo di un attore è molto più complicato del semplice addetto alle luci,chi improvvisa su una parte deve saper piangere,ridere,muoversi correttamente,e non è un caso che gli attori posseggano doti particolari a differenza di coloro che semplicemente si occupano di aprire e chiudere il sipario o accendere una determinata luce. Infatti,il pubblico comprende spesso unicamente il significato delle varie parti nella recita,pensa che l’accendersi di una luce,o la posizione di un cespuglio in un determinato luogo,siano solo casuali invenzioni scenografiche,non hanno alcun ruolo al fine di una corretta riuscita della rappresentazione. Eppure,per chi si intende un minimo di recitazione,ciò non è vero,anche gli aspetti diversi e meno comprensibili di un’opera teatrale hanno il loro ruolo,anche i meno complessi come il semplice cespuglio di cartone che sta alle spalle dell’attore. Ecco allora che per me gli esseri sono come gli attori,e l’incendio è come il cespuglio alle nostre spalle,o la luce che si accende,tutto frutto di uno stesso meccanismo artistico,mi rammarico solo del fatto che non esista un vero pubblico-.

Alberto Patella
[Leggi...]
Continua da: "Un difetto di forza, di vita, di quello che chiamiamo cuore" - 1°
"Levin fu rafforzato in questa supposizione anche perchè aveva osservato che suo fratello non si prendeva affatto maggiormente a cuore le questioni del bene generale e dell'immortalità dell'anima, di quel che non avrebbe fatto per quelle d'una partita a scacchi o della ingegnosa struttura d'una nuova macchina."
 Anna Karenina, pag 366. - Lev N. Tostoj
Tolstoj non si limita solamente ad aprire e mostrarci un sentiero dell'animo umano.
Fa di più. Lo inizia a percorrere per noi. Ci mostra per primo quali sono i segni da osservare.
La cura del bene priva di forza, vita e cuore, ha una sintomo ben preciso che rafforza Levin nella sua supposizione nei riguardi del fratello.

Levin si accorge che per suo fratello "le questioni del bene generale e dell'immortalità dell'anima" non godevano di un posto privilegiato, quel posto cui solo il cuore porta le grandi questioni di ogni uomo e le erge ad essenziali.

  
A questo si rifaceva lo stesso Socrate a noi pervenuto per mezzo di Platone, quando insegnava ai giovani concittadini di occuparsi della cura delle virtù e non delle ricchezze, del corpo e delle vanità, perchè queste sarebbero nate di conseguenza.




 "Non dalla ricchezza nasce la   virtù, ma che dalla virtù deriva, piuttosto, ogni ricchezza e ogni bene, per l'individuo come per gli stati." 

Apologia di Socrate, Cap 17 - Platone



Il rischio cui ci espone una ricerca del bene unicamente intellettualistica è di non calibrare l'accento sulle questioni essenziali.

Un rischio più che mai attuale negli anni in cui la tecnica ha raffinato la sua efficacia anestetizzante, la quale ci permette di posticipare continuamente e per tutta la vita la ricerca da dedicare alle questioni esistenziali di ogni uomo.
Anche se riuscissimo ad anestetizzare il dolore che la mancaza di ricerca e di risposte provoca la vita chiede(rà) conto.
Evitare conseguenze che non siano frutto delle nostre scelte o che almeno non vibrino della nostra ricerca richiede quella forza di vita e di cuore cui Levin ci richiama.


"To live is the rarest thing in the world. Most people exist, that is all."
 L'anima dell'uomo sotto il socialismo - Oscar Wilde



Gabriele Pergola




In alto: "La virtù soggioga il vizio", Giambologna. Museo nazionale del Bargello, Firenze. Secolo XVI.

cfr. Anna Karenina - Lev N. Tostoj, pag 365-366. traduzione di Leone Gunzburg, editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli. 2006
[Leggi...]
 " Un difetto di forza, di vita, di quello che chiamiamo cuore "

"Kostantin Lévin guardava al fratello come a un uomo di enorme intelligenza e istruzione, nobile nel significato più alto di questa parola e dotato anche della facoltà di agire per il bene generale. Ma nel profondo dell'animo suo, quanto più diventava maturo e conosceva da vicino suo fratello, tanto più spesso gli veniva in mente che questa facoltà di agire per il bene generale di cui egli si sentiva affatto privo, forse non era neppure un pregio, ma, al contrario, un difetto di qualche cosa, non un difetto di buoni, onesti, nobili desideri e gusti, ma un difetto di forza, di vita, di quello che chiamano cuore, di quella tendenza che costringe l'uomo, fra tutte le innumerevoli vie della vita che gli si presentano, a sceglierne una e a desiderar questa sola. Quanto più imparava a conoscere il fratello, tanto più notava che e Serghjéj Ivanovic' [suo fratello ndr.] e molti altri che agivano per il bene generale non erano stati portati dal cuore a quest'amore per il bene generale, ma con l'intelligenza avevano giudicato che occuparsi di questo era bene, e solo perciò se n'erano occupati."
Anna Karenina - Lev N. Tostoj, pag 365-366.

Kostantin Lèvin importante mattone di "Anna Karenina", disegnato poco prima dal fratello come "[..] un intelligenza, sia pure abbastanza veloce, ma tuttavia sottomessa alle impressioni del momento e perciò pierna di contraddizioni." viene adesso fatto carico d'avvertire seppure in modo rozzo che persino la cura del bene (comune) possa essere svilita della macanza di amore.


Ma per come (miratamente) è ritagliato il pezzo, sembra che Tostoj ci voglia proporre ad una difettosa cura del bene un'alternativa prettamente sentimentale, ad appannaggio dei fortunati che hanno un cuore intelligente.

C'è qualcosa che stride nel condannar chi per leggittime e adeguate ragioni purtroppo per lui non "portate dal cuore", decide di curar il bene comune?

La risposta ce la regala lo stesso Lévin poco dopo.


Continua a: "Un difetto di forza, di vita, di quello che chiamiamo cuore" - 2°


Gabriele Pergola


cfr. Anna Karenina - Lev N. Tostoj, pag 365-366. traduzione di Leone Gunzburg, editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli. 2006

[Leggi...]

Il rapporto tra mente, corpo e realtà esterna: da Cartesio a Kant
di Aaron Allegra.


Da sempre, lo studio del rapporto tra mente, corpo e realtà esterna è un argomento centrale di ogni
visione che voglia fornire una concezione completa dell’uomo.
Nel corso dei secoli i vari filosofi il cui interesse è stato catturato dalle incertezze e dalle oscurità di
questa zona d’ombra del reale sono giunti agli esiti più disparati, esiti su cui ha influito certamente
la differenza di temperamento, di esperienze e di personalità di chi di volta in volta si dedicava
all’analisi della struttura di questi rapporti.
Ma, pur nella grande varietà delle innumerevoli risposte filosofiche che i secoli ci hanno
tramandato, si possono individuare - sia pure all’interno dell’irriducibile differenziazione delle
singole visioni – delle correnti di pensiero ben delineate nelle loro linee portanti.

Nel corso del Medioevo e del Rinascimento, dopo la grande ricchezza e varietà filosofica dell’età
greco-romana, sono essenzialmente due le visioni a dividersi la supremazia dell’immaginario
collettivo, senza che nessuna delle due riesca a prevalere nettamente sull’altra se non per brevi
periodi temporali: anzi, esse spesso finiranno per intrecciarsi fecondamente, dando luogo ad esiti
originali e spesso produttivi. Sono il filone aristotelico (di cui si diffondono diverse interpretazioni
che, in merito all’anima, sono spesso in contrasto tra loro), e quello platonico e neoplatonico.
Se la corrente aristotelica spazia dalla visione tomistica dell’anima come forma del corpo a quella
dei filosofi arabi - decisamente più materialisti - la presenza e la diffusione della Chiesa Cattolica,
in cui la teologia tomistica aveva particolare forza, non dà modo al platonismo di spingersi verso
posizioni di estrema e netta separazione della mente dal corpo, né di un totale disprezzo della sfera
corporale dell’uomo. La visione complessiva sulla natura dell’uomo di quel periodo presenta una
distinzione tra le due sfere, quella mentale-spirituale e quella corporea, ma senza che esse arrivino
ad essere due principi completamente contrapposti e separati, come saranno ritenuti invece
all’inizio della modernità. L’unità sostanziale dell’uomo non viene in fondo messa in discussione e,
sebbene nel corso del tempo si siano presentati spesso degli estremismi in un senso e nell’altro, la
persona è vista come un sinolo indivisibile di anima e corpo.

Nella modernità avviene una svolta decisiva, nel segno del conflitto e della separazione tra questi
due aspetti del reale. Con Cartesio si presenta una scissione, che non è solo la scissione tra i principi
che si presume compongano l’uomo nella sua interezza, ma è anche e di conseguenza la rottura del
rapporto primitivo e ingenuo tra l’uomo e il mondo esterno.
Se prima, infatti, la visione metafisica tradizionale, sotto l’influsso del tomismo, riteneva che
l’esperienza della realtà fosse qualcosa di immediato, ora ogni pretesa conoscitiva dell’uomo viene
messa in discussione dalle fondamenta. La mente dell’uomo non è più capace di far presa in modo
spontaneo e privo di filtri sul mondo esterno. Anzi, più precisamente ancora l’uomo, in quanto
essere pensante, cessa totalmente di essere parte della natura. Il principio pensante viene inserito
nella realtà materiale dall’esterno, e ne resta sempre profondamente separato. Ciò avrà esiti per certi
versi disastrosi, i cui effetti sono visibili oggi più che mai. Questo scarto non avrà effetti nefasti solo
in metafisica e nelle visioni antropologiche, ma avrà conseguenze importanti anche nel campo della
morale, dove regneranno per secoli filosofie dell’indiscriminato diritto di dominio dell’uomo sul
mondo naturale e materiale: filosofie, per dirla con termini moderni, della “volontà di potenza”.
Bisogna ripetere che noi non intendiamo affatto affermare che lo sviluppo delle differenti tendenze
prese in esame sia avvenuto linearmente nel modo in cui noi lo abbiamo sopra descritto, né
tantomeno che esse esauriscano il campo delle proposte filosofiche medioevali e della prima
modernità. Ci stiamo limitando a prendere in esame alcune delle correnti che riteniamo di
particolare rilevanza per i loro effetti sul mondo moderno, peraltro con una schematizzazione che
sia per la nostra formazione tutt’altro che completa ed enciclopedica, sia per la natura stessa di uno
schema di questo tipo, lascia evidentemente fuori dalla nostra analisi molti aspetti senza dubbio
importanti delle correnti di pensiero e del tema argomento di questo studio.
Chiarito questo, è bene riprendere le fila del nostro discorso.

Esclusa la sfera della soggettività dalla realtà materiale, essa resta spogliata di molte delle qualità,
quasi antropomorfe, che prima le si attribuivano. Il mondo esterno, la res extensa , diventa preda
unicamente di forze cieche e brute, delle forze causali con cui la sfera della libertà e della
spiritualità umana non ha niente a che fare. Poco a poco, le categorie che prima l’uomo attribuiva
alla realtà, perdono la loro concretezza ontologica. O meglio, vengono respinte all’interno del
campo della coscienza umana. Col tempo, viene messa in discussione l’esistenza effettiva di
qualcosa come una “causa finale”, in un mondo che diviene un insieme meccanicistico di parti
distinte: tutto ciò che è materia e, in maniera drammatica, anche i corpi viventi, perdono l’unità
sostanziale che prima veniva attribuita loro.
Tutto è scomponibile dall’uomo, anzi, tutto nasce già scomposto: non esiste alcuna forma
unificatrice che garantisca che un corpo umano sia qualcosa di più che il mero agglomerato dei suoi
organi.
In questa prospettiva, la scienza acquisisce la più completa libertà di sperimentazione e di studio su
tutto ciò che ha un’estensione e può essere numerato. La materia è un puro insieme di parti, mosse
unicamente secondo le leggi della meccanica: non esiste alcun principio unificatore che faccia di
quel corpo un tutto vivente che, in quanto tale, esiga rispetto. Le disastrose conseguenze che hanno
fatto seguito alle pretese di onnipotenza della scienza sulla sfera fisica sono, oggi, sotto gli occhi di
tutti.

Il principio della scissione tra corpo e mente viene postulato in maniera organica in una delle
principali opere di Cartesio, le Meditazioni Metafisiche, sebbene egli ne faccia cenno anche nel suo
Discorso sul Metodo.
Le Meditazioni Metafisiche sono tutte tese alla risoluzione del problema della verità, o meglio, del
rapporto tra pensiero e realtà ( come avrà da dire più avanti nel corso dell’opera, è indubbio che le
idee in quanto tali esistano; incerto è, semmai, se ad esse corrisponda qualcosa di affine nel mondo
esterno).
Nella Prima Meditazione Cartesio si domanda di cosa si abbia ragione di dubitare. L’intero mondo
delle percezioni umane viene subito messo in forse: se talvolta i sensi ingannano, per quale ragione
non dovrebbero dimostrarsi fallaci sempre? E, se anche è vero che su certe informazioni sensoriali
l’evidenza non porta ragioni di dubbio, d’altro canto è altrettanto vero che nei sogni ci si presentano
sensazioni altrettanto chiare, a cui non per questo corrisponde un’affine situazione nella realtà.
Come distinguere dunque il sogno dalla realtà?
A questa prima ragione di dubbio se ne aggiungono poi altre. Infatti, ragiona Cartesio, se anche
ammettessimo che persino le immagini che sogniamo debbano pur derivare da qualcosa nella
realtà, sia pure qualcosa di più semplice e basilare delle immagini che si presentano alla nostra
mente, a ciò si potrebbe rispondere con un’altra assunzione capace di mettere in scacco le basi
stesse della conoscenza: se siamo stati creati da un Dio onnipotente, cosa vieta che Egli non ci
tragga costantemente in inganno le nostre percezioni e finanche i nostri ragionamenti?
D’accordo, si ritiene anche che Dio sia, oltre che onnipotente, anche infinitamente buono. Ma se
così fosse, perché ci avrebbe creati capaci di ingannarci anche solo qualche volta? E se si negasse
l’esistenza di Dio, allora “poiché ingannarsi ed errare appare essere un’imperfezione, quanto
meno potente sarà l’autore che si assegnerà alla mia origine, tanto più sarà probabile che io sia
così imperfetto da ingannarmi sempre”.
Il filosofo non riesce a trovare niente da obiettare a questa assunzione: pertanto, tutto ciò che
solitamente riteniamo di sapere della realtà viene messo tra parentesi, e il suo giudizio sulla vecchia
conoscenza viene sospeso: non potendone dimostrare con certezza la verità, è senz’altro meglio non
tenerla in nessun conto.
Ma, prosegue Cartesio, se anche io venissi ingannato su tutto, certamente non potrei essere
ingannato sul fatto di esistere: è necessario essere qualcosa, per poter essere ingannati. Bisogna
capire cosa sia quel qualcosa la cui esistenza è indubitabile. Innanzitutto, per poter essere ingannati,
è necessario poter pensare. Quindi l’uomo è essenzialmente un principio pensante. Non certo il
corpo, o qualsiasi altro principio corporeo, perché non sono affatto necessari al pensare o all’essere
ingannati, né tantomeno la loro esistenza è autoevidente alla ragione. A differenza del pensiero, che
è requisito indispensabile a poter assumere qualcosa, sia pure qualcosa di falso.
E concretamente, quali sono le proprietà indispensabili all’essere una cosa che pensa?
Il “dubitare, l’intendere intellettualmente, l’affermare, il negare, il volere, il non volere, ed anche
l’immaginare e il sentire”.
Tutte queste attività, afferma Cartesio, non possono venir distinte dal pensiero; quindi, sono delle
qualità reali della res cogitans.
E per quanto riguarda l’immaginare e il sentire, Cartesio ritiene che la presa di queste due capacità
conoscitive sulla realtà sia quantomeno debole: anche ammettendo che le cose corporee esistano,
prenderne coscienza significa comprenderle con la mente, non esperirle con i sensi: le loro qualità
fisiche, infatti, possono mutare in modi che la stessa immaginazione non può prevedere.
Dall’intuizione fondamentale di cui sopra – cioè l’autoevidenza dell’esistenza dell’io in quanto res
cogitans – Cartesio desume il principio secondo cui è degno di fede tutto ciò che si presenta alla
ragione come chiaro e distinto. E’ a questo punto che il modo di impostare la ricerca della verità
nelle Meditazioni Metafisiche giunge ad una svolta: infatti, non si può negare l’esistenza delle idee
in quanto tali, cioè come pure rappresentazioni dell’intelletto. In questo senso, la loro verità di cose
non viene messa in dubbio. Con un’analisi particolarmente sottile e attenta, Cartesio giunge alla
conclusione che è invece problematica la loro pretesa di rispecchiare qualcosa che, nel mondo
esterno, esista davvero e sia loro corrispondente.
Ma anche nell’ autoevidenza della realtà dell’io e delle idee come oggetti del pensiero, resta sempre
valida l’obiezione secondo cui un Dio onnipotente potrebbe comunque ingannare la mente umana,
anche qualora essa prenda in esame concetti perfettamente chiari.
Cartesio passa dunque ad impegnarsi nella dimostrazione dell’esistenza di quel Dio che, oltre che
onnipotente, possiede per definizione ogni perfezione e, quindi, anche quella della bontà infinita: un
Dio infinitamente buono non può certo trarre sistematicamente in inganno le sue creature.
Giacchè di ogni idea non va considerata soltanto la realtà formale, cioè quella dell’idea in sé stessa,
ma ha anche in qualche modo quella dell’oggetto che essa rappresenta, appare evidente che la causa
di ogni idea deve contenere in sé stessa una uguale o maggiore perfezione del contenuto dell’idea
causata. E che dire allora dell’idea di Dio, inteso come l’Essere sommo? Dato che il soggetto
pensante non è perfetto – quantomeno non è perfetto in atto– evidentemente non ha potuto generare
da sé stesso un’idea che, invece, ha la caratteristica di possedere ogni perfezione già attuata. La
causa della realtà “oggettiva” di una tale idea non potrà essere che, appunto, un ente che possieda
tutte le qualità in essa descritte in atto al massimo grado. Quindi, è certo che un tale Dio esista
realmente.

A questo punto della discussione, l’analisi del filosofo seicentesco delinea una situazione in cui la
mente è del tutto isolata dal mondo circostante, e può salvarsi da questo baratro solo affidandosi alla
veridicità e alla bontà di un Dio onnipotente; di certo non tramite le proprie risorse, le cui pretese
conoscitive Cartesio mette sistematicamente in dubbio.
In seguito, quando l’ escamotage di utilizzare la perfezione divina come garante della
corrispondenza tra mente e realtà verrà rifiutata dai filosofi, si arriverà a negare ogni possibilità di
colmare il vuoto tra soggetto che conosce e cosa in sè.
Resta comunque qualche oscurità intorno al rapporto tra un tale Dio e le sue creature. Nello
specifico: se attiene alle qualità di Dio una bontà assoluta, e quindi l’impossibilità di ingannare
sistematicamente il soggetto pensante, allora non è altrettanto contraddittorio sostenere che Egli
possa permettere che gli uomini possano essere tratti in inganno anche solo qualche volta?
In altre parole, la possibilità dell’errore e la finitezza delle menti umane non finiscono per negare la
perfezione del disegno divino?
In risposta a questa obiezione, Cartesio giunge a raffigurare l’errore come dipendente dalla
sproporzione tra la volontà umana, di portata infinita, e l’intelletto umano, limitato in quanto
proprio di una creatura che, non essendo perfetta, per definizione partecipa del nulla.
L’errore è solo volontario: accade quando l’uomo spontaneamente sceglie di formulare un giudizio
sulla base di concetti imperfetti, non del tutto chiari e distinti.
Al contrario, nessuno sbaglio può frustrare il desiderio di conoscenza dell’uomo che,
prudentemente, si attenga unicamente ai concetti privi di qualsiasi ombra e confusione.
Per ciò che attiene le cose materiali, risponde a questi requisiti principalmente l’idea di estensione,
nonché le altre attinenti gli aspetti quantitativi della cosa. Idee di carattere puramente geometrico:
che esistano o meno corpi reali nello spazio, le proprietà delle figure mantengono ugualmente la
loro validità, dimostrabile senza alcun riferimento necessario all’esperienza sensibile. Anzi: molte
figure geometriche immaginabili, e di cui si potrebbero definire le qualità grazie ai teoremi, non
sono solitamente esperibili nella realtà quotidiana.

Quanto all’esistenza concreta dei corpi nello spazio, viene dimostrata ricorrendo come al solito alla
veridicità divina: giacchè siamo forniti di una facoltà capace di recepire stimoli sensoriali, dovrà
esistere da qualche parte nella realtà una corrispondente attività capace di emettere lo stesso tipo di
stimoli. E dato che questi stimoli appaiono indipendenti – e spesso, anzi, contrari – alla volontà del
pensiero, essi dovranno provenire da qualcosa di esterno. E che quel qualcosa di esterno siano corpi
materiali realmente esistenti, viene provato dalla necessità che nella causa di un tal genere di idee
“deve esserci (formalmente, oppure eminentemente) tutta la realtà che è “oggettivamente” nelle
idee prodotte da tale facoltà attiva; e quindi i casi sono due: o tale sostanza è corpo, natura
corporea, oppure è Dio o qualche creatura comunque più nobile del corpo”.
E poiché Dio non è ingannatore, certamente non è lui né nessun’altra realtà “eminente” rispetto alle
cose corporee a produrne la sensazione: giacchè l’uomo non avrebbe in alcun modo possibilità di
venire a capo ad un tale errore di valutazione.

E con ciò, Cartesio ritiene di aver dato prova sufficiente dell’esistenza di un principio corporeo, la
res extensa, governata come si diceva prima da leggi meccaniche e geometriche. E che essa sia
realmente distinta dal soggetto pensante è facilmente dimostrato, più nello specifico per ciò che
riguarda il corpo umano: Cartesio ritiene che tutto ciò che può essere pensato chiaramente e
distintamente costituisce una sostanza a sè, o potrebbe essere reso tale da Dio: cosicché basterà
verificare se un principio può essere limpidamente concepito senza che ne implichi un altro per
dimostrare la loro reciproca indipendenza. E questo è proprio il caso della mente e del corpo, che
egli ritiene dunque due principi scissi anche nella realtà dei fatti. Proseguendo sulla stessa strada,
egli ritiene che tutti gli animali, meno l’uomo, siano privi di ciò che egli definisce anima, ossia la
facoltà di pensiero. L’anima intesa come pura e semplice forza vitale, invece, viene ridotta nel
Discorso sul Metodo ad un principio materiale, affine al calore. Resta da spiegare come pensiero e
materia possano, nell’uomo, influenzarsi a vicenda: Cartesio suppone vi sia un unico punto del
corpo in cui i due principi si congiungano, che egli colloca nella ghiandola pineale posta in una
zona interna del cervello.

Con le assunzioni di cui sopra riguardo la distinzione tra res extensa e res cogitans, Cartesio diventa
un punto di riferimento (sia in positivo che in negativo) per i filosofi del suo secolo, e lascia
un’eredità concettuale che peserà sulla tradizione filosofica dell’occidente fino ai giorni nostri.
Spinoza, suo contemporaneo, se da un lato prosegue lungo il filone del cartesianesimo, dall’altro
presenta nelle sue teorie dei forti elementi di contraddizione.
Le assonanze sono evidenti innanzitutto nel metodo: sia Cartesio che Spinoza vedono nel rigore
dimostrativo matematico e geometrico la norma su cui basare anche la riflessione filosofica.
Il titolo stesso dell’opera principale di Spinoza, “Ethica ordine geometrico demonstrata”,
suggerisce quale sarà il metodo d’indagine utilizzato.
Entrando poi nell’ambito dei contenuti del sistema spinoziano, il rifarsi alla tradizione dualisticocartesiana
appare evidente dalla netta distinzione, che lui mantiene, tra estensione e pensiero.
La visione complessiva del filosofo appare comunque notevolmente diversa: innanzitutto perché
estensione e pensiero non sono più solo due categorie ontologiche scisse, ma vengono ricollegate
all’unità di base della sostanza o della Natura.
Nella Natura Spinoza vede l’orizzonte ultimo dell’essere, o, più specificamente, la “regola
creatrice” che ordina il cosmo, e che con esso si identifica perfettamente. La Sostanza non è un
attributo di una divinità trascendente: è una sorta di ordine immanente perfetto e onnicomprensivo.
Pensiero ed estensione sarebbero, in quest’ottica, gli unici due attributi in cui la Natura si manifesta
all’uomo, dove per attributo si intendono le grandi categorie ontologiche in cui essa si predica.
Quindi torna ad esserci, in un certo senso, un orizzonte ultimo in cui pensiero e materia sono
entrambi inseriti: la grande unità di tutto ciò che esiste.
Dal versante opposto, Spinoza è scettico sulla possibilità che res extensa e res cogitans possano di
fatto influenzarsi causalmente: solo i concetti causano altri concetti, e viceversa solo un movimento
corporeo può generarne altri. L’intuizione cartesiana – in verità, bizzarra – della ghiandola pineale
viene abbandonata. Spinoza ritiene invece che sfera spirituale e materiale, pur non influenzandosi
mai direttamente, stiano tra loro in un rapporto di corrispondenza biunivoca: ogni idea o sensazione
è il corrispettivo di un movimento corporeo, e viceversa. L’idea di una corrispondenza di tal fatta
tra soggettivo, o fenomeni dall’ontologia di prima persona, e oggettivo, cioè fenomeni
dall’ontologia di terza persona, è qualcosa che verrà ripresa seppure in modo diverso dalla teoria
della mente di Searle.

Spesso, in seguito, la filosofia continuerà a restare ancorata alla visione cartesiana per cui mente e
mondo procedono, in ogni caso, su due binari separati: Leibniz, pur partendo da una metafisica
completamente diversa da quella di Cartesio e Spinoza, giungerà in questo campo ad esiti affini:
dato che le monadi sono chiuse in sé stesse, nemmeno per la monade spirituale sarà possibile
comunicare direttamente con quelle del corpo, tanto più che esse seguirebbero leggi differenti: da
un lato quelle meccaniche, dall’altro quelle della finalità. La soluzione di Leibniz, tanto fantasiosa
quanto angosciante, è quella di supporre che in effetti non ci sia alcun “ponte” reale tra le due sfere,
ma che esse sarebbero state programmate fin dall’inizio dalla Divinità per evolversi in perfetta
armonia, pur restando sempre fatalmente chiuse in sé stesse.

Kant si colloca sullo stesso filone di riflessione: ma i suoi esiti capovolgeranno le soluzioni
tradizionali riguardo il problema del rapporto tra mente e realtà.
Per ciò che concerne la possibilità dell’intelletto di far presa sul reale, il filosofo tedesco distingue
le nostre pratiche conoscitive in tre tipi di giudizi: i giudizi analitici a priori, che consistono
essenzialmente in tautologie o predicati deducibili già dall’oggetto preso in esame. Sono i tipi di
giudizi che ricorrono nella scienza, e sono assolutamente necessari ed oggettivi: ma per loro stessa
natura sono slegati dall’esperienza. Nel loro caso, è come se il processo della conoscenza si
fermasse prima ancora di prendere il via, poiché se a questi giudizi si aggiungesse un contenuto
estraneo a ciò che è deducibile a priori e proveniente dall’esperienza, essi perderebbero il loro
carattere di necessità assoluta.
I giudizi che si basano su questo genere di operazioni logiche vengono definiti sintetici a posteriori,
proprio perché coniugano ad un soggetto un predicato a lui esterno, e ottenuto dall’esperienza. Ad
essi, Kant nega qualsiasi tipo di validità normativa.
Servono, secondo il filosofo, dei giudizi che mantengano la fecondità di quelli sintetici senza
perdere la caratteristica della necessità logica: essi deriverebbero dall’applicazione di certe
categorie innate alla coscienza al materiale fornito ad essa dall’esterno e dalle percezioni. Sono i
giudizi sintetici a priori.
L’intero mondo dell’uomo deriverebbe dall’opera modellatrice della ragione e dei suoi principi
aprioristici su di una realtà che, pur essendo certamente esistente in sé e possedendo una qualche
forza d’urto sul soggetto che conosce, si ridurrà alla fine ad un dato x inconoscibile in sé stesso: ciò
apparirà chiaro dal proseguire dell’analisi.

Ad un primo livello, Kant ritiene che il contenuto delle stesse percezioni sensibili sia influenzato
dalle nostre categorie innate: esse organizzano il mondo dandogli la spazialità e la temporalità, che
seguirebbero – in linea con la più pura concezione cartesiana – rispettivamente le regole della
geometria e della matematica, che vedono confermata la loro validità proprio perché si basano su
delle categorie innate.
Il dato che perviene alla coscienza non è più realtà puramente oggettiva, ma fenomeno: la realtà in
quanto appare al soggetto, e filtrato dalle sue facoltà conoscitive.
Su questi fenomeni sensibili si applicano, seguendo i criteri definiti schemi trascendentali, le
categorie secondo la definizione vera e propria di Kant, che completano l’organizzazione della
realtà. Ciascuna categoria verrà attribuita secondo un corrispondente tipo di giudizi; Kant suddivide
entrambi secondo i modi di quantità, qualità, relazione e modalità. In questo senso, categorie sono
ad esempio, la sostanzialità o l’accidentalità dei fenomeni, i rapporti di causa ed effetto, la divisione
quantitativa in unità e molteplicità.
Ciascuno di essi è, lo ripetiamo, unicamente un modo di vedere la realtà inerente all’intelletto
umano; da ciò deriva che, se dovessimo analizzare la realtà in sé e per sé, non vi troveremmo alcuna
delle qualità sopra elencate.
Anzi, non potremmo riconoscerle alcuna qualità: perché ogni qualità deriva da un giudizio che, in
quanto tale, è possibile solo applicando una delle categorie innate.

La cosa in sé, il noumeno, a questo punto non è altro che un qualcosa di inconoscibile. Esiste il
mondo in sé, e ciò è certo: perché anche nella nostra attività interpretativa noi ci scontriamo con una
certa resistenza della realtà esterna, a cui sicuramente appartiene una forza capace di urtare i nostri
sensi e che non possiamo attribuire a noi stessi. Ma cosa ciò sia indipendentemente dalle nostre
menti, non possiamo dirlo. Il noumeno è, per Kant, semplicemente l’orizzonte entro cui avviene la
nostra attività plasmatrice, un orizzonte che ci spinge a procedere nell’esplorazione scientifica e che
contemporaneamente si ritrae ad ogni passo della mente umana, perché ogni qualvolta essa tenta di
afferrarlo non può fare a meno di risolverlo nei fenomeni.
L’operazione per cui non è più la realtà a influenzare la mente, ma viceversa la mente a plasmare il
contenuto della realtà umana, viene definita da Kant stesso la “Rivoluzione Copernicana” della
filosofia, sottolineando l’affinità con il capovolgimento prospettico operato da Copernico in campo
astronomico. Ma anche questa soluzione mantiene l’ossatura della vecchia impostazione cartesiana.
Anzi, ne è quasi l’evoluzione naturale. In fondo, tra la razionalità umana – o appercezione
trascendentale – e la realtà/noumeno, rimane un divario incolmabile. La realtà ne esce depotenziata:
dato che non è più possibile parlare di causalità né di sostanzialità, e più semplicemente non si può
legittimamente attribuire al mondo esterno alcun predicato, parlare di metafisica o ontologia è, in
questa prospettiva, semplicemente insensato. L’eclissi della metafisica è una conseguenza non
sottovalutabile di questo nuovo scenario filosofico, insieme agli effetti di ordine sociale e culturale
a cui si è già fatto cenno all’inizio del nostro scritto.


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Il rapporto tra mente, corpo e realtà esterna da Cartesio a Kant by Aaron Allegra is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
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