" Un difetto di forza, di vita, di quello che chiamiamo cuore "

"Kostantin Lévin guardava al fratello come a un uomo di enorme intelligenza e istruzione, nobile nel significato più alto di questa parola e dotato anche della facoltà di agire per il bene generale. Ma nel profondo dell'animo suo, quanto più diventava maturo e conosceva da vicino suo fratello, tanto più spesso gli veniva in mente che questa facoltà di agire per il bene generale di cui egli si sentiva affatto privo, forse non era neppure un pregio, ma, al contrario, un difetto di qualche cosa, non un difetto di buoni, onesti, nobili desideri e gusti, ma un difetto di forza, di vita, di quello che chiamano cuore, di quella tendenza che costringe l'uomo, fra tutte le innumerevoli vie della vita che gli si presentano, a sceglierne una e a desiderar questa sola. Quanto più imparava a conoscere il fratello, tanto più notava che e Serghjéj Ivanovic' [suo fratello ndr.] e molti altri che agivano per il bene generale non erano stati portati dal cuore a quest'amore per il bene generale, ma con l'intelligenza avevano giudicato che occuparsi di questo era bene, e solo perciò se n'erano occupati."
Anna Karenina - Lev N. Tostoj, pag 365-366.

Kostantin Lèvin importante mattone di "Anna Karenina", disegnato poco prima dal fratello come "[..] un intelligenza, sia pure abbastanza veloce, ma tuttavia sottomessa alle impressioni del momento e perciò pierna di contraddizioni." viene adesso fatto carico d'avvertire seppure in modo rozzo che persino la cura del bene (comune) possa essere svilita della macanza di amore.


Ma per come (miratamente) è ritagliato il pezzo, sembra che Tostoj ci voglia proporre ad una difettosa cura del bene un'alternativa prettamente sentimentale, ad appannaggio dei fortunati che hanno un cuore intelligente.

C'è qualcosa che stride nel condannar chi per leggittime e adeguate ragioni purtroppo per lui non "portate dal cuore", decide di curar il bene comune?

La risposta ce la regala lo stesso Lévin poco dopo.


Continua a: "Un difetto di forza, di vita, di quello che chiamiamo cuore" - 2°


Gabriele Pergola


cfr. Anna Karenina - Lev N. Tostoj, pag 365-366. traduzione di Leone Gunzburg, editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli. 2006

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Il TagliaVerba è la nostra prima rubrica, per ora con scadenza bisettimanale, ed è incentrata essenzialmente sulle citazioni. Frasi celebri, aforismi, brevi teorizzazioni, poesie: tutto quanto può aiutare a comprendere la nostra immagine del mondo, e possibilmente a spiegare l'attualità, rientra nel nostro campo di scelta. Ai pezzi "ritagliati" seguirà sempre un breve commento degli Autori del blog, o una sintetica riflessione.


Abbiamo anche ritoccato leggermente la veste grafica e caratterizzato meglio i link e i collegamenti alle diverse sezioni del sito. Inoltre oggi abbiamo inaugurato la sezione "Approfondimenti", ovviamente dedicata ai saggi degli Autori del blog che non siano catalogabili, per via di una particolare complessità o lunghezza, tra i comuni e più "leggeri" Articoli; l' approfondimento di oggi è la prima parte di un breve excursus sulla storia della Filosofia della Mente da Cartesio ai giorni nostri. Ci auguriamo che lo troviate di vostro gradimento.


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Il rapporto tra mente, corpo e realtà esterna: da Cartesio a Kant
di Aaron Allegra.


Da sempre, lo studio del rapporto tra mente, corpo e realtà esterna è un argomento centrale di ogni
visione che voglia fornire una concezione completa dell’uomo.
Nel corso dei secoli i vari filosofi il cui interesse è stato catturato dalle incertezze e dalle oscurità di
questa zona d’ombra del reale sono giunti agli esiti più disparati, esiti su cui ha influito certamente
la differenza di temperamento, di esperienze e di personalità di chi di volta in volta si dedicava
all’analisi della struttura di questi rapporti.
Ma, pur nella grande varietà delle innumerevoli risposte filosofiche che i secoli ci hanno
tramandato, si possono individuare - sia pure all’interno dell’irriducibile differenziazione delle
singole visioni – delle correnti di pensiero ben delineate nelle loro linee portanti.

Nel corso del Medioevo e del Rinascimento, dopo la grande ricchezza e varietà filosofica dell’età
greco-romana, sono essenzialmente due le visioni a dividersi la supremazia dell’immaginario
collettivo, senza che nessuna delle due riesca a prevalere nettamente sull’altra se non per brevi
periodi temporali: anzi, esse spesso finiranno per intrecciarsi fecondamente, dando luogo ad esiti
originali e spesso produttivi. Sono il filone aristotelico (di cui si diffondono diverse interpretazioni
che, in merito all’anima, sono spesso in contrasto tra loro), e quello platonico e neoplatonico.
Se la corrente aristotelica spazia dalla visione tomistica dell’anima come forma del corpo a quella
dei filosofi arabi - decisamente più materialisti - la presenza e la diffusione della Chiesa Cattolica,
in cui la teologia tomistica aveva particolare forza, non dà modo al platonismo di spingersi verso
posizioni di estrema e netta separazione della mente dal corpo, né di un totale disprezzo della sfera
corporale dell’uomo. La visione complessiva sulla natura dell’uomo di quel periodo presenta una
distinzione tra le due sfere, quella mentale-spirituale e quella corporea, ma senza che esse arrivino
ad essere due principi completamente contrapposti e separati, come saranno ritenuti invece
all’inizio della modernità. L’unità sostanziale dell’uomo non viene in fondo messa in discussione e,
sebbene nel corso del tempo si siano presentati spesso degli estremismi in un senso e nell’altro, la
persona è vista come un sinolo indivisibile di anima e corpo.

Nella modernità avviene una svolta decisiva, nel segno del conflitto e della separazione tra questi
due aspetti del reale. Con Cartesio si presenta una scissione, che non è solo la scissione tra i principi
che si presume compongano l’uomo nella sua interezza, ma è anche e di conseguenza la rottura del
rapporto primitivo e ingenuo tra l’uomo e il mondo esterno.
Se prima, infatti, la visione metafisica tradizionale, sotto l’influsso del tomismo, riteneva che
l’esperienza della realtà fosse qualcosa di immediato, ora ogni pretesa conoscitiva dell’uomo viene
messa in discussione dalle fondamenta. La mente dell’uomo non è più capace di far presa in modo
spontaneo e privo di filtri sul mondo esterno. Anzi, più precisamente ancora l’uomo, in quanto
essere pensante, cessa totalmente di essere parte della natura. Il principio pensante viene inserito
nella realtà materiale dall’esterno, e ne resta sempre profondamente separato. Ciò avrà esiti per certi
versi disastrosi, i cui effetti sono visibili oggi più che mai. Questo scarto non avrà effetti nefasti solo
in metafisica e nelle visioni antropologiche, ma avrà conseguenze importanti anche nel campo della
morale, dove regneranno per secoli filosofie dell’indiscriminato diritto di dominio dell’uomo sul
mondo naturale e materiale: filosofie, per dirla con termini moderni, della “volontà di potenza”.
Bisogna ripetere che noi non intendiamo affatto affermare che lo sviluppo delle differenti tendenze
prese in esame sia avvenuto linearmente nel modo in cui noi lo abbiamo sopra descritto, né
tantomeno che esse esauriscano il campo delle proposte filosofiche medioevali e della prima
modernità. Ci stiamo limitando a prendere in esame alcune delle correnti che riteniamo di
particolare rilevanza per i loro effetti sul mondo moderno, peraltro con una schematizzazione che
sia per la nostra formazione tutt’altro che completa ed enciclopedica, sia per la natura stessa di uno
schema di questo tipo, lascia evidentemente fuori dalla nostra analisi molti aspetti senza dubbio
importanti delle correnti di pensiero e del tema argomento di questo studio.
Chiarito questo, è bene riprendere le fila del nostro discorso.

Esclusa la sfera della soggettività dalla realtà materiale, essa resta spogliata di molte delle qualità,
quasi antropomorfe, che prima le si attribuivano. Il mondo esterno, la res extensa , diventa preda
unicamente di forze cieche e brute, delle forze causali con cui la sfera della libertà e della
spiritualità umana non ha niente a che fare. Poco a poco, le categorie che prima l’uomo attribuiva
alla realtà, perdono la loro concretezza ontologica. O meglio, vengono respinte all’interno del
campo della coscienza umana. Col tempo, viene messa in discussione l’esistenza effettiva di
qualcosa come una “causa finale”, in un mondo che diviene un insieme meccanicistico di parti
distinte: tutto ciò che è materia e, in maniera drammatica, anche i corpi viventi, perdono l’unità
sostanziale che prima veniva attribuita loro.
Tutto è scomponibile dall’uomo, anzi, tutto nasce già scomposto: non esiste alcuna forma
unificatrice che garantisca che un corpo umano sia qualcosa di più che il mero agglomerato dei suoi
organi.
In questa prospettiva, la scienza acquisisce la più completa libertà di sperimentazione e di studio su
tutto ciò che ha un’estensione e può essere numerato. La materia è un puro insieme di parti, mosse
unicamente secondo le leggi della meccanica: non esiste alcun principio unificatore che faccia di
quel corpo un tutto vivente che, in quanto tale, esiga rispetto. Le disastrose conseguenze che hanno
fatto seguito alle pretese di onnipotenza della scienza sulla sfera fisica sono, oggi, sotto gli occhi di
tutti.

Il principio della scissione tra corpo e mente viene postulato in maniera organica in una delle
principali opere di Cartesio, le Meditazioni Metafisiche, sebbene egli ne faccia cenno anche nel suo
Discorso sul Metodo.
Le Meditazioni Metafisiche sono tutte tese alla risoluzione del problema della verità, o meglio, del
rapporto tra pensiero e realtà ( come avrà da dire più avanti nel corso dell’opera, è indubbio che le
idee in quanto tali esistano; incerto è, semmai, se ad esse corrisponda qualcosa di affine nel mondo
esterno).
Nella Prima Meditazione Cartesio si domanda di cosa si abbia ragione di dubitare. L’intero mondo
delle percezioni umane viene subito messo in forse: se talvolta i sensi ingannano, per quale ragione
non dovrebbero dimostrarsi fallaci sempre? E, se anche è vero che su certe informazioni sensoriali
l’evidenza non porta ragioni di dubbio, d’altro canto è altrettanto vero che nei sogni ci si presentano
sensazioni altrettanto chiare, a cui non per questo corrisponde un’affine situazione nella realtà.
Come distinguere dunque il sogno dalla realtà?
A questa prima ragione di dubbio se ne aggiungono poi altre. Infatti, ragiona Cartesio, se anche
ammettessimo che persino le immagini che sogniamo debbano pur derivare da qualcosa nella
realtà, sia pure qualcosa di più semplice e basilare delle immagini che si presentano alla nostra
mente, a ciò si potrebbe rispondere con un’altra assunzione capace di mettere in scacco le basi
stesse della conoscenza: se siamo stati creati da un Dio onnipotente, cosa vieta che Egli non ci
tragga costantemente in inganno le nostre percezioni e finanche i nostri ragionamenti?
D’accordo, si ritiene anche che Dio sia, oltre che onnipotente, anche infinitamente buono. Ma se
così fosse, perché ci avrebbe creati capaci di ingannarci anche solo qualche volta? E se si negasse
l’esistenza di Dio, allora “poiché ingannarsi ed errare appare essere un’imperfezione, quanto
meno potente sarà l’autore che si assegnerà alla mia origine, tanto più sarà probabile che io sia
così imperfetto da ingannarmi sempre”.
Il filosofo non riesce a trovare niente da obiettare a questa assunzione: pertanto, tutto ciò che
solitamente riteniamo di sapere della realtà viene messo tra parentesi, e il suo giudizio sulla vecchia
conoscenza viene sospeso: non potendone dimostrare con certezza la verità, è senz’altro meglio non
tenerla in nessun conto.
Ma, prosegue Cartesio, se anche io venissi ingannato su tutto, certamente non potrei essere
ingannato sul fatto di esistere: è necessario essere qualcosa, per poter essere ingannati. Bisogna
capire cosa sia quel qualcosa la cui esistenza è indubitabile. Innanzitutto, per poter essere ingannati,
è necessario poter pensare. Quindi l’uomo è essenzialmente un principio pensante. Non certo il
corpo, o qualsiasi altro principio corporeo, perché non sono affatto necessari al pensare o all’essere
ingannati, né tantomeno la loro esistenza è autoevidente alla ragione. A differenza del pensiero, che
è requisito indispensabile a poter assumere qualcosa, sia pure qualcosa di falso.
E concretamente, quali sono le proprietà indispensabili all’essere una cosa che pensa?
Il “dubitare, l’intendere intellettualmente, l’affermare, il negare, il volere, il non volere, ed anche
l’immaginare e il sentire”.
Tutte queste attività, afferma Cartesio, non possono venir distinte dal pensiero; quindi, sono delle
qualità reali della res cogitans.
E per quanto riguarda l’immaginare e il sentire, Cartesio ritiene che la presa di queste due capacità
conoscitive sulla realtà sia quantomeno debole: anche ammettendo che le cose corporee esistano,
prenderne coscienza significa comprenderle con la mente, non esperirle con i sensi: le loro qualità
fisiche, infatti, possono mutare in modi che la stessa immaginazione non può prevedere.
Dall’intuizione fondamentale di cui sopra – cioè l’autoevidenza dell’esistenza dell’io in quanto res
cogitans – Cartesio desume il principio secondo cui è degno di fede tutto ciò che si presenta alla
ragione come chiaro e distinto. E’ a questo punto che il modo di impostare la ricerca della verità
nelle Meditazioni Metafisiche giunge ad una svolta: infatti, non si può negare l’esistenza delle idee
in quanto tali, cioè come pure rappresentazioni dell’intelletto. In questo senso, la loro verità di cose
non viene messa in dubbio. Con un’analisi particolarmente sottile e attenta, Cartesio giunge alla
conclusione che è invece problematica la loro pretesa di rispecchiare qualcosa che, nel mondo
esterno, esista davvero e sia loro corrispondente.
Ma anche nell’ autoevidenza della realtà dell’io e delle idee come oggetti del pensiero, resta sempre
valida l’obiezione secondo cui un Dio onnipotente potrebbe comunque ingannare la mente umana,
anche qualora essa prenda in esame concetti perfettamente chiari.
Cartesio passa dunque ad impegnarsi nella dimostrazione dell’esistenza di quel Dio che, oltre che
onnipotente, possiede per definizione ogni perfezione e, quindi, anche quella della bontà infinita: un
Dio infinitamente buono non può certo trarre sistematicamente in inganno le sue creature.
Giacchè di ogni idea non va considerata soltanto la realtà formale, cioè quella dell’idea in sé stessa,
ma ha anche in qualche modo quella dell’oggetto che essa rappresenta, appare evidente che la causa
di ogni idea deve contenere in sé stessa una uguale o maggiore perfezione del contenuto dell’idea
causata. E che dire allora dell’idea di Dio, inteso come l’Essere sommo? Dato che il soggetto
pensante non è perfetto – quantomeno non è perfetto in atto– evidentemente non ha potuto generare
da sé stesso un’idea che, invece, ha la caratteristica di possedere ogni perfezione già attuata. La
causa della realtà “oggettiva” di una tale idea non potrà essere che, appunto, un ente che possieda
tutte le qualità in essa descritte in atto al massimo grado. Quindi, è certo che un tale Dio esista
realmente.

A questo punto della discussione, l’analisi del filosofo seicentesco delinea una situazione in cui la
mente è del tutto isolata dal mondo circostante, e può salvarsi da questo baratro solo affidandosi alla
veridicità e alla bontà di un Dio onnipotente; di certo non tramite le proprie risorse, le cui pretese
conoscitive Cartesio mette sistematicamente in dubbio.
In seguito, quando l’ escamotage di utilizzare la perfezione divina come garante della
corrispondenza tra mente e realtà verrà rifiutata dai filosofi, si arriverà a negare ogni possibilità di
colmare il vuoto tra soggetto che conosce e cosa in sè.
Resta comunque qualche oscurità intorno al rapporto tra un tale Dio e le sue creature. Nello
specifico: se attiene alle qualità di Dio una bontà assoluta, e quindi l’impossibilità di ingannare
sistematicamente il soggetto pensante, allora non è altrettanto contraddittorio sostenere che Egli
possa permettere che gli uomini possano essere tratti in inganno anche solo qualche volta?
In altre parole, la possibilità dell’errore e la finitezza delle menti umane non finiscono per negare la
perfezione del disegno divino?
In risposta a questa obiezione, Cartesio giunge a raffigurare l’errore come dipendente dalla
sproporzione tra la volontà umana, di portata infinita, e l’intelletto umano, limitato in quanto
proprio di una creatura che, non essendo perfetta, per definizione partecipa del nulla.
L’errore è solo volontario: accade quando l’uomo spontaneamente sceglie di formulare un giudizio
sulla base di concetti imperfetti, non del tutto chiari e distinti.
Al contrario, nessuno sbaglio può frustrare il desiderio di conoscenza dell’uomo che,
prudentemente, si attenga unicamente ai concetti privi di qualsiasi ombra e confusione.
Per ciò che attiene le cose materiali, risponde a questi requisiti principalmente l’idea di estensione,
nonché le altre attinenti gli aspetti quantitativi della cosa. Idee di carattere puramente geometrico:
che esistano o meno corpi reali nello spazio, le proprietà delle figure mantengono ugualmente la
loro validità, dimostrabile senza alcun riferimento necessario all’esperienza sensibile. Anzi: molte
figure geometriche immaginabili, e di cui si potrebbero definire le qualità grazie ai teoremi, non
sono solitamente esperibili nella realtà quotidiana.

Quanto all’esistenza concreta dei corpi nello spazio, viene dimostrata ricorrendo come al solito alla
veridicità divina: giacchè siamo forniti di una facoltà capace di recepire stimoli sensoriali, dovrà
esistere da qualche parte nella realtà una corrispondente attività capace di emettere lo stesso tipo di
stimoli. E dato che questi stimoli appaiono indipendenti – e spesso, anzi, contrari – alla volontà del
pensiero, essi dovranno provenire da qualcosa di esterno. E che quel qualcosa di esterno siano corpi
materiali realmente esistenti, viene provato dalla necessità che nella causa di un tal genere di idee
“deve esserci (formalmente, oppure eminentemente) tutta la realtà che è “oggettivamente” nelle
idee prodotte da tale facoltà attiva; e quindi i casi sono due: o tale sostanza è corpo, natura
corporea, oppure è Dio o qualche creatura comunque più nobile del corpo”.
E poiché Dio non è ingannatore, certamente non è lui né nessun’altra realtà “eminente” rispetto alle
cose corporee a produrne la sensazione: giacchè l’uomo non avrebbe in alcun modo possibilità di
venire a capo ad un tale errore di valutazione.

E con ciò, Cartesio ritiene di aver dato prova sufficiente dell’esistenza di un principio corporeo, la
res extensa, governata come si diceva prima da leggi meccaniche e geometriche. E che essa sia
realmente distinta dal soggetto pensante è facilmente dimostrato, più nello specifico per ciò che
riguarda il corpo umano: Cartesio ritiene che tutto ciò che può essere pensato chiaramente e
distintamente costituisce una sostanza a sè, o potrebbe essere reso tale da Dio: cosicché basterà
verificare se un principio può essere limpidamente concepito senza che ne implichi un altro per
dimostrare la loro reciproca indipendenza. E questo è proprio il caso della mente e del corpo, che
egli ritiene dunque due principi scissi anche nella realtà dei fatti. Proseguendo sulla stessa strada,
egli ritiene che tutti gli animali, meno l’uomo, siano privi di ciò che egli definisce anima, ossia la
facoltà di pensiero. L’anima intesa come pura e semplice forza vitale, invece, viene ridotta nel
Discorso sul Metodo ad un principio materiale, affine al calore. Resta da spiegare come pensiero e
materia possano, nell’uomo, influenzarsi a vicenda: Cartesio suppone vi sia un unico punto del
corpo in cui i due principi si congiungano, che egli colloca nella ghiandola pineale posta in una
zona interna del cervello.

Con le assunzioni di cui sopra riguardo la distinzione tra res extensa e res cogitans, Cartesio diventa
un punto di riferimento (sia in positivo che in negativo) per i filosofi del suo secolo, e lascia
un’eredità concettuale che peserà sulla tradizione filosofica dell’occidente fino ai giorni nostri.
Spinoza, suo contemporaneo, se da un lato prosegue lungo il filone del cartesianesimo, dall’altro
presenta nelle sue teorie dei forti elementi di contraddizione.
Le assonanze sono evidenti innanzitutto nel metodo: sia Cartesio che Spinoza vedono nel rigore
dimostrativo matematico e geometrico la norma su cui basare anche la riflessione filosofica.
Il titolo stesso dell’opera principale di Spinoza, “Ethica ordine geometrico demonstrata”,
suggerisce quale sarà il metodo d’indagine utilizzato.
Entrando poi nell’ambito dei contenuti del sistema spinoziano, il rifarsi alla tradizione dualisticocartesiana
appare evidente dalla netta distinzione, che lui mantiene, tra estensione e pensiero.
La visione complessiva del filosofo appare comunque notevolmente diversa: innanzitutto perché
estensione e pensiero non sono più solo due categorie ontologiche scisse, ma vengono ricollegate
all’unità di base della sostanza o della Natura.
Nella Natura Spinoza vede l’orizzonte ultimo dell’essere, o, più specificamente, la “regola
creatrice” che ordina il cosmo, e che con esso si identifica perfettamente. La Sostanza non è un
attributo di una divinità trascendente: è una sorta di ordine immanente perfetto e onnicomprensivo.
Pensiero ed estensione sarebbero, in quest’ottica, gli unici due attributi in cui la Natura si manifesta
all’uomo, dove per attributo si intendono le grandi categorie ontologiche in cui essa si predica.
Quindi torna ad esserci, in un certo senso, un orizzonte ultimo in cui pensiero e materia sono
entrambi inseriti: la grande unità di tutto ciò che esiste.
Dal versante opposto, Spinoza è scettico sulla possibilità che res extensa e res cogitans possano di
fatto influenzarsi causalmente: solo i concetti causano altri concetti, e viceversa solo un movimento
corporeo può generarne altri. L’intuizione cartesiana – in verità, bizzarra – della ghiandola pineale
viene abbandonata. Spinoza ritiene invece che sfera spirituale e materiale, pur non influenzandosi
mai direttamente, stiano tra loro in un rapporto di corrispondenza biunivoca: ogni idea o sensazione
è il corrispettivo di un movimento corporeo, e viceversa. L’idea di una corrispondenza di tal fatta
tra soggettivo, o fenomeni dall’ontologia di prima persona, e oggettivo, cioè fenomeni
dall’ontologia di terza persona, è qualcosa che verrà ripresa seppure in modo diverso dalla teoria
della mente di Searle.

Spesso, in seguito, la filosofia continuerà a restare ancorata alla visione cartesiana per cui mente e
mondo procedono, in ogni caso, su due binari separati: Leibniz, pur partendo da una metafisica
completamente diversa da quella di Cartesio e Spinoza, giungerà in questo campo ad esiti affini:
dato che le monadi sono chiuse in sé stesse, nemmeno per la monade spirituale sarà possibile
comunicare direttamente con quelle del corpo, tanto più che esse seguirebbero leggi differenti: da
un lato quelle meccaniche, dall’altro quelle della finalità. La soluzione di Leibniz, tanto fantasiosa
quanto angosciante, è quella di supporre che in effetti non ci sia alcun “ponte” reale tra le due sfere,
ma che esse sarebbero state programmate fin dall’inizio dalla Divinità per evolversi in perfetta
armonia, pur restando sempre fatalmente chiuse in sé stesse.

Kant si colloca sullo stesso filone di riflessione: ma i suoi esiti capovolgeranno le soluzioni
tradizionali riguardo il problema del rapporto tra mente e realtà.
Per ciò che concerne la possibilità dell’intelletto di far presa sul reale, il filosofo tedesco distingue
le nostre pratiche conoscitive in tre tipi di giudizi: i giudizi analitici a priori, che consistono
essenzialmente in tautologie o predicati deducibili già dall’oggetto preso in esame. Sono i tipi di
giudizi che ricorrono nella scienza, e sono assolutamente necessari ed oggettivi: ma per loro stessa
natura sono slegati dall’esperienza. Nel loro caso, è come se il processo della conoscenza si
fermasse prima ancora di prendere il via, poiché se a questi giudizi si aggiungesse un contenuto
estraneo a ciò che è deducibile a priori e proveniente dall’esperienza, essi perderebbero il loro
carattere di necessità assoluta.
I giudizi che si basano su questo genere di operazioni logiche vengono definiti sintetici a posteriori,
proprio perché coniugano ad un soggetto un predicato a lui esterno, e ottenuto dall’esperienza. Ad
essi, Kant nega qualsiasi tipo di validità normativa.
Servono, secondo il filosofo, dei giudizi che mantengano la fecondità di quelli sintetici senza
perdere la caratteristica della necessità logica: essi deriverebbero dall’applicazione di certe
categorie innate alla coscienza al materiale fornito ad essa dall’esterno e dalle percezioni. Sono i
giudizi sintetici a priori.
L’intero mondo dell’uomo deriverebbe dall’opera modellatrice della ragione e dei suoi principi
aprioristici su di una realtà che, pur essendo certamente esistente in sé e possedendo una qualche
forza d’urto sul soggetto che conosce, si ridurrà alla fine ad un dato x inconoscibile in sé stesso: ciò
apparirà chiaro dal proseguire dell’analisi.

Ad un primo livello, Kant ritiene che il contenuto delle stesse percezioni sensibili sia influenzato
dalle nostre categorie innate: esse organizzano il mondo dandogli la spazialità e la temporalità, che
seguirebbero – in linea con la più pura concezione cartesiana – rispettivamente le regole della
geometria e della matematica, che vedono confermata la loro validità proprio perché si basano su
delle categorie innate.
Il dato che perviene alla coscienza non è più realtà puramente oggettiva, ma fenomeno: la realtà in
quanto appare al soggetto, e filtrato dalle sue facoltà conoscitive.
Su questi fenomeni sensibili si applicano, seguendo i criteri definiti schemi trascendentali, le
categorie secondo la definizione vera e propria di Kant, che completano l’organizzazione della
realtà. Ciascuna categoria verrà attribuita secondo un corrispondente tipo di giudizi; Kant suddivide
entrambi secondo i modi di quantità, qualità, relazione e modalità. In questo senso, categorie sono
ad esempio, la sostanzialità o l’accidentalità dei fenomeni, i rapporti di causa ed effetto, la divisione
quantitativa in unità e molteplicità.
Ciascuno di essi è, lo ripetiamo, unicamente un modo di vedere la realtà inerente all’intelletto
umano; da ciò deriva che, se dovessimo analizzare la realtà in sé e per sé, non vi troveremmo alcuna
delle qualità sopra elencate.
Anzi, non potremmo riconoscerle alcuna qualità: perché ogni qualità deriva da un giudizio che, in
quanto tale, è possibile solo applicando una delle categorie innate.

La cosa in sé, il noumeno, a questo punto non è altro che un qualcosa di inconoscibile. Esiste il
mondo in sé, e ciò è certo: perché anche nella nostra attività interpretativa noi ci scontriamo con una
certa resistenza della realtà esterna, a cui sicuramente appartiene una forza capace di urtare i nostri
sensi e che non possiamo attribuire a noi stessi. Ma cosa ciò sia indipendentemente dalle nostre
menti, non possiamo dirlo. Il noumeno è, per Kant, semplicemente l’orizzonte entro cui avviene la
nostra attività plasmatrice, un orizzonte che ci spinge a procedere nell’esplorazione scientifica e che
contemporaneamente si ritrae ad ogni passo della mente umana, perché ogni qualvolta essa tenta di
afferrarlo non può fare a meno di risolverlo nei fenomeni.
L’operazione per cui non è più la realtà a influenzare la mente, ma viceversa la mente a plasmare il
contenuto della realtà umana, viene definita da Kant stesso la “Rivoluzione Copernicana” della
filosofia, sottolineando l’affinità con il capovolgimento prospettico operato da Copernico in campo
astronomico. Ma anche questa soluzione mantiene l’ossatura della vecchia impostazione cartesiana.
Anzi, ne è quasi l’evoluzione naturale. In fondo, tra la razionalità umana – o appercezione
trascendentale – e la realtà/noumeno, rimane un divario incolmabile. La realtà ne esce depotenziata:
dato che non è più possibile parlare di causalità né di sostanzialità, e più semplicemente non si può
legittimamente attribuire al mondo esterno alcun predicato, parlare di metafisica o ontologia è, in
questa prospettiva, semplicemente insensato. L’eclissi della metafisica è una conseguenza non
sottovalutabile di questo nuovo scenario filosofico, insieme agli effetti di ordine sociale e culturale
a cui si è già fatto cenno all’inizio del nostro scritto.


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Il rapporto tra mente, corpo e realtà esterna da Cartesio a Kant by Aaron Allegra is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
[Leggi...]
“Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla


 morte il tuo diritto di dirlo”

Attribuita solitamente a Voltaire, sembra in realtà che la frase sia stata formulata per la prima volta dalla inglese Evelyn Beatrice Hall, famosa proprio per una biografia sul filosofo francese ("Gli amici di Voltaire") scritta sotto lo pseudonimo di S.G. Tallentyre . L’espressione,conosciuta anche nella variante "non sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo", venne intesa dalla scrittrice come una formulazione esaustiva del pensiero di Voltaire e viene comunemente utilizzata come una delle espressioni più efficaci del concetto di tolleranza.

Cosa dire a riguardo?Senza dubbio la frase è realmente un magnifico esempio di cosa deve essere la tolleranza della diversità, onesta nella sua formulazione perché manifesta da parte di chi la formula l’esistenza di punti di vista convinti(disapprovo ciò che dici) e ,allo stesso tempo,la comprensione profonda dell’importanza del diritto di libertà di parola(lo difenderò fino alla morte). Oggi infatti più che per lasciare gli altri liberi di esprimersi tendiamo a tollerare per un concordismo che teme prese di posizioni decise che potrebbero portare a scontri,in altri termini, dì quello che vuoi perché se obietto qualcosa potresti arrabbiarti e darmi problemi. E’ importante invece avere la consapevolezza che quello che l’altro dice potrebbe turbarci profondamente perché se ciò accadrà sarà perché urterà delle nostre convinzioni profonde le quali devono necessariamente essere in qualche modo ancorate ad una certa percezione del concetto di verità o almeno di plausibilità che oggi è invece piuttosto passato di moda.

L’altro potrebbe realmente avere torto,ma questo lo scoprirò, e lo farà anche lui solo se sarà libero di esprimersi. A questo deve perciò essere unito un impegno concreto per la difesa della libertà di parola, difesa fino alla morte, in quanto senza di essa non esiste confronto e senza confronto c’è una ricerca parziale e limitata, causa di enormi errori commessi nella storia dell’umanità e conseguenza estremamente dannosa per la sua esistenza. Quale frase migliore di questa per inaugurare l'apertura di qualsiasi forum di discussione?
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Ho scelto di scrivere qualcosa circa l’opinione sulla religione essendo pienamente consapevole del fatto che parlarne nell’epoca di Odifreddi e Dawkins o di documentari come “Religiolous” di Larry Charles e “Zeitgeist” di Peter Joseph ,può sembrare ripetitivo e scontato in modo da indurre a rivolgere l’attenzione altrove o portare direttamente alla nausea. Di religione infatti ne abbiamo sentito parlare ormai fin troppo e,tra le varie opinioni dibattute,ad apparire spesso dominante è quella che la vede smascherata come un immenso sistema di credenze e superstizioni menzognere nate dalla paura o dall’ammirazione dell’essere umano verso i misteri della realtà e sfruttato attraverso i secoli e nei vari continenti dalla casta di turno che ne approfittava per dominare e sottomettere il popolo e assicurarsi il dominio incontrastato su tutto e su tutti. Una critica partita in maniera sistematica dai tempi dell’Illuminismo e che oggi cerca di raggiungere definitivamente il verdetto di condanna capitale contro di essa per permettere all’umanità di essere finalmente libera di decidere da sola del proprio presente e del proprio destino senza la paura di una o più divinità “burattinaie”.Ma ho scelto ugualmente di farlo proprio perché percepisco come urgente l’esigenza di rispondere ad una domanda che non viene posta facilmente e che è la seguente:possiamo realmente convincerci della veridicità di queste conclusioni,colonne portanti di associazioni come l’UAAR(Unione Atei Agnostici Razionalisti)e di altri singoli pensatori più meno simpatizzanti per l’ateismo militante e assumerle come soddisfacente spiegazione del fenomeno religioso?Ciò che ha influenzato profondamente per millenni la vita dell’uomo portando alla nascita di immensi sistemi etici,culturali,filosofici,artistici nonché di ingenti produzioni letterarie che spaziano dal sacro al profano aveva realmente come volto nascosto quello di essere “oppio dei popoli”?


 La domanda di fondo da cui dobbiamo partire per cercare di dare una risposta diversa è abbastanza semplice e cioè perchè l’uomo abbia elaborato la realtà che chiamiamo religione. Cerchiamo di riflettere un po’ sul volto della realtà che ci circonda:è piena di elementi che entrano continuamente in relazione più o meno profonda con la nostra vita determinando conseguenze a volte positive a volte negative; appare immensamente più vasta della nostra capacità di comprensione tanto da indurci spesso a dover semplicemente limitarci a constatare l’esistenza di fenomeni di cui non conosciamo nemmeno minimamente la causa;in più,abbiamo l’assoluta consapevolezza di non aver scelto di esistere ossia di non essere causa di noi stessi il che significa che abbiamo l’evidente,e a volte disarmante,conoscenza del fatto che quella che chiamiamo realtà ci precede. Insomma,ci troviamo prima o poi a fare la frustrante,terribile esperienza dell’impotenza. E quando tale impotenza è assoluta e non permette di superare ostacoli che minacciano in vari modi l’ esistenza,l’essere umano fa una delle azioni più spontanee e istintive che possiede fin dalla nascita:chiedere aiuto. Anche l’uomo più orgoglioso della terra non può fare a meno di chiedere aiuto,fosse anche a se stesso,ma tale richiesta è un elemento costitutivo dell’umanità sin dalla sua prima comparsa sulla terra. E chi può dare aiuto nei confronti di realtà dolorose che non si riescono in alcun modo a lenire con le sole forze umane se non qualcuno o qualcosa che possiede forze più grandi?Ecco allora l’apparire della religione come tentativo di relazione con una realtà che può rispondere alla richiesta di aiuto e la cui esistenza o non esistenza determina la possibilità dell’umano di poter contare su un aiuto esterno o di doversi basare unicamente sulle sue forze.


Ma accanto alla richiesta di aiuto dobbiamo necessariamente mettere una seconda realtà altrettanto costitutiva della dimensione umana e spesso trascurata che è l’esigenza di ringraziamento,quest’ultimo inteso come la risposta ad un profondo sentimento di gratitudine scaturente da eventi positivi la cui causa è sconosciuta e che non può essere ripagato dai soli sentimenti umani. L’antichissima pratica di offrire alle divinità le primizie dei raccolti o dell’allevamento,presente praticamente nella storia di tutte le popolazioni umane,o il ringraziamento che l’ebreo rivolge a Jahvè per averlo liberato dalla schiavitù egiziana sono mirabili esempi di tale esigenza,fosse anche accompagnata alla paura di un’eventuale condanna da parte del responsabile in caso di mancato ringraziamento. In questo caso la religione è allora relazione di gratitudine con una realtà superiore che si è fatta conoscere con fenomeni ed eventi vissuti dall’uomo e anche qui la non esistenza di tale realtà determina il non poter soddisfare questa esigenza che dunque dovrà essere eliminata o riservata al solo ambito delle relazioni umane. Un terzo elemento riguarda l’eventualità che tale realtà superiore abbia programmato una struttura umana che sviluppi un interesse per essa;in questo caso la religione sarebbe allora una risposta ad uno stimolo posto dal suo stesso creatore e dunque assolutamente legittimo.


Ma questa realtà superiore esiste effettivamente?Abbiamo realmente la possibilità di stabilirlo?Non avendo una risposta che si possa constatare con un’evidenza assoluta tali domande devono continuare ad essere poste e il farlo è un diritto dell’umanità oppure,se questa realtà superiore avesse davvero posto nel cuore dell’uomo l’esigenza di cercarlo,è addirittura un dovere .Eliminando la religione le esigenze di aiuto e gratitudine rimarranno:chi le soddisferà?Se qualcuno ritiene che non possano essere soddisfatte dalle sole forze umane e che dunque questo sia una forte evidenza del fatto che esista realmente chi può soddisfarle commette forse un crimine?Non è forse evidente che pur avendo trovato i modi per migliorare enormemente le condizioni della vita e per difenderci sempre meglio dai pericoli della natura è possibile ancora oggi sperimentare il senso di impotenza di fronte a tante realtà?


Cerchiamo allora di non sottovalutare le cause che stanno alla base dell’esperienza religiosa. Io ne ho evidenziati solo un paio ma ce ne sarebbero molti di più,questo articolo non vuole essere un saggio esauriente di filosofia della religione perché sono consapevole che l’argomento è molto più vasto e complesso di quanto scritto qui. Tuttavia,penso che sia importante soffermarci innanzitutto su quelli che ho evidenziato perché sono tra le esigenze primarie e fondamentali per l’umanità e non devono in alcun modo essere ignorati perché non sono per niente soddisfabili vivendo allegri e spensierati come certi slogan vorrebbero far pensare perché la vita non è per niente semplice. C’è chi può ritenere che la religione non è l’unico modo per soddisfare tali esigenze e può impegnarsi a cercarlo ma questa non dovrebbe comunque essere ritenuta come un relitto del passato perché le esigenze dell’umanità sono sempre le stesse e sono sempre tremendamente attuali ed essa cerca di dargli risposta. Non denunciamola come nemica dell’umanità perché forse,finora,è stata la sua migliore amica.
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A quando il partito dei furti con destrezza o l'associazione degli amici dello sballo legalizzato? - si chiede Tullio Camiglieri, Coordinatore del Centro Studi per la difesa dei diritti degli autori e della libertà di informazione, riferendosi alla "Festa dei Pirati" (informatici), svoltasi sabato scorso al cinema Capranica di Roma.

La stessa manifestazione che conta tra i suoi partecipanti "d'eccellenza" Antonio di Pietro: l'inflessibile promotore del rispetto della legalità in Italia è intervenuto al raduno dei sostenitori del libero scambio di materiali multimediali in rete, scambio che spesso avviene in barba alle attuali leggi del copyright ed è quindi perseguibile legalmente.
Come si spiega questa contraddizione apparente? Quali fattori culturali gli permettono di partecipare ad una manifestazione a favore del P2P senza dover dismettere l'abito di fautore della legalità?

°Il primo punto da mettere in evidenza è che da parte della maggioranza dei consumatori il download per uso privato di materiale coperto da copyright non viene percepito come illegale. A ragione o a torto, potremmo chiederci? In realtà la risposta non è così semplice. Da un lato è certo che nessuno di noi, neppure il più accanito fruitore di film, musica o giochi scaricati illegalmente, pensa seriamente che sia giusto non retribuire artisti, intellettuali e programmatori per il loro lavoro. E' evidente che la fatica ed il tempo impiegati nel produrre dei beni culturali (senza contare l'inventiva necessaria), meritino un giusto compenso e che la proprietà intellettuale delle opere sia e rimanga un diritto fondamentale che deve venir riconosciuto. Eppure la facilità di accesso a contenuti tutelati dal copyright e l'impersonalità della procedura di scaricamento contribuiscono alla sensazione di non star compiendo nulla di illegale. Non abbiamo dinanzi a noi la persona alla quale arrechiamo un danno, a differenza di quanto accade con gli altri tipi di "furti", e questo è un fattore della pirateria difficilmente eliminabile. D'altro canto, definire lo scaricamento illegale un "furto" sembra decisamente inappropriato anche a chi scrive. E ciò non soltanto per i fattori di carattere "emotivo" di cui si è parlato sopra, ma anche per ragioni molto più condivisibili e razionali.

°Il problema principale è che l'attuale prezzo della maggior parte dei prodotti multimediale è insostenibile rispetto alla quantità a cui al giorno d'oggi ha bisogno di accedere un uomo di media cultura. Per fare un esempio, un cittadino comune che volesse tenersi mediamente informato sulle novità che il mondo della cultura gli offre al giorno d'oggi seguirà circa 4 serie tv all'anno (il costo medio del DVD con una stagione di un serial televisivo si aggira intorno ai 50 euro). Ogni mese acquisterà come minimo un CD musicale, dal costo medio di 20 euro; leggerà almeno tre libri (molti di più se consideriamo anche quelli che sono materia di studio) il cui costo medio è 20-30 euro l'uno, andrà al cinema più o meno quattro volte (sei-sette euro a spettacolo); inoltre, qualora volesse accedere a buona parte dei contenuti disponibili nelle reti televisive, dovrà sborsare all'incirca 40 euro per la pay tv.

°Soprattutto, tutti ormai sanno che buona parte del ricavato non andrà direttamente all'artista: la mediazione delle grandi case produttrici, che come è certo tendono a gonfiare i prezzi fino a livelli ritenuti inaccettabili dai consumatori, viene ormai vista come ingiustificata, illegittima o predatoria. Se certamente le grosse multinazionali della cultura tendono ad agevolare in un primo momento lo sbocco degli artisti emergenti, è altrettanto vero che in un secondo momento esse spesso divengono, per ammissione degli stessi artisti, una forte limitazione alla loro libertà creativa e alla stessa proprietà intellettuale delle loro opere. Se dunque scaricando illegalmente si fa un danno a qualcuno, la sensazione è che questo danno lo ricevano molto più le grosse major speculatrici che gli artisti stessi. Sono soprattutto loro che, nella nuova era di liberto accesso ai beni multimediali, potrebbero rischiare il tracollo. Ma sarebbe davvero un danno per l'industria della cultura? Ciò non potrebbe invece favorire la nascita di nuovi sistemi di interazione diretta tra intellettuali e consumatori, sistemi che usufruendo della stessa rete potrebbero non avere più alcun bisogno di supporti materiali (pensiamo ai CD, ai DVD o alla carta) e di alcuna intermediazione da parte di terzi, portando ad una minimizzazione dei prezzi ottimale tanto per il consumatore che per il produttore del bene o del servizio?

°Infine, sembra che sia difficilmente giustificabile da un punto di vista etico o razionale la necessità di mantenere il copyright anche su opere che hanno fatto il loro tempo o il cui ideatore non è più in vita. Oltre che il sistema di interazione tra produttore e consumatore è lo stesso sistema del copyright che necessità di essere reso più "leggero" e al passo con i tempi attuali. Non ha senso dover continuare a pagare per vedere un classico del cinema degli anni cinquanta o per ascoltare una canzone di Elvis Presley.

Per tutte queste ragioni riteniamo che la pirateria non sia soltanto sinonimo di barbarie, immoralità e opportunismo. E' soprattutto il frutto di un sistema vecchio e obsoleto che tarda ad adeguarsi alle necessità del pubblico per non correre il rischio di perdere certi privilegi economici di casta. Cosa che troviamo, francamente, indifendibile.
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La recente carenza di aggiornamenti e notizie - che probabilmente avrete notato - non è senza ragione.
Stiamo infatti lavorando a profondi cambiamenti nella grafica del blog, nella sua organizzazione, nella scelte tematiche e nella redazione stessa.
Il nuovo Attrito dovrebbe essere pronto per la pubblicazione online al massimo entro la fine di Febbraio - ma tutti noi ci auguriamo che possa essere messo a punto anche molto prima di allora. 
Fino a quel momento, restate in ascolto! Siamo certi che la nuova versione del blog sarà di vostro gradimento, anche più di quella attuale.

Lo Staff.
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Premessa: non rientra negli intenti di questo blog entrare direttamente nell'arena delle schermaglie dei partiti italiani. Ci interessa, invece, parlare della vita spirituale, culturale, sociale e quindi politica della nazione.
Pertanto trovo che sia opportuno dire la mia sui ben noti eventi di cronaca di questi giorni – quelli riguardanti il presidente del Consiglio, intendiamoci; quegli stessi eventi che sono stati, in modo probabilmente del tutto ingiustificato ma senza dubbio efficace, subito trasformati in strumento di attacco politico e di ricerca del consenso.
La ricerca dei “mandanti morali”: ha un senso individuare una parte di responsabilità in una “certa” opposizione, cioè quella di Travaglio, di Pietro, Santoro e affini?
Anche ammettendo che i vari soggetti in questione si possano considerare parte di un unico fronte compatto, in che modo avrebbero contribuito a creare un clima di odio, un clima in cui la violenza possa prosperare e giungere all'esito dell'aggressione fisica nei confronti del premier?
Esigere che anche il presidente del Consiglio si assuma la responsabilità di affrontare fino in fondo i processi che lo riguardano e che sconti la sua pena qualora venisse condannato ha tutto a che vedere con una giusta esigenza di legalità, molto poco con la violenza. Criticare anche con veemenza gli errori veri o presunti della maggioranza fa parte della normale dialettica democratica, discende dalla libertà del parlare; e la libertà del parlare è per sua stessa natura incompatibile con gesti – come quello di tirare un oggetto contundente contro la faccia di chi si odia – che hanno lo scopo di sopraffare, sopprimere, mettere a tacere l'altro.

L'altro in questo caso è il nostro presidente del Consiglio: e in una civiltà che vuole stare alle regole della democrazia, l'unico modo accettabile per sopraffare i propri avversari politici è batterli alle urne. E' una frase che dopo il fattaccio viene ripetuta innumerevoli volte. Ed è senz'altro una delle cose più giuste e sensate che si sentono dire in questi giorni.
Forse dovremmo ricordarci, quindi, che il leader di uno dei partiti della maggioranza (Bossi), appena qualche mese fa esortava il popolo padano a imbracciare i fucili e minacciava di far valere la volontà della propria fazione con la forza. Potremmo anche chiederci quanto lo stesso premier tenga alle regole della democrazia: i suoi atteggiamenti (senza voler citare la sua affiliazione alla loggia massonica P2, potremmo prendere il caso europa 7, il cosiddetto “editto bulgaro”, o il caso più recente del lodo Alfano, ritenuto incostituzionale) denotano una certa insistente tentazione ad usare le possibilità fornitegli dalla democrazia per manipolare, deformare e restringere la democrazia stessa. Ecco, quindi, da dove nasce l'esigenza di una forte opposizione che metta in luce questi aspetti (più o meno condivisibili, ma sicuramente presenti) del suo operare.

Opposizione che in ogni caso non può e non deve fare di Berlusconi una sorta di feticcio, un capro espiatorio a cui attribuire la colpa di tutti i mali del paese.
In questo senso l'atto di odio di Tartaglia, oltre ad essere bestiale e degno di biasimo, è inutile e perfino controproducente. Se pure un domani Berlusconi venisse ucciso in un attentato, assunto in Cielo o rapito dagli extraterrestri, cosa cambierebbe? Scomparso Berlusconi, scomparirebbe la cultura che ne ha consentito l'ascesa?
Ci sono milioni di italiani che, oltre ad avergli accordato la preferenza politica, si rispecchiano pienamente nel suo modus agendi, nelle sue idee di governo, e nello stile di vita proposto dalle sue televisioni commerciali ( che il documentario Videocracy descrive abbondantemente). Lo dimostra il fatto che ben presto anche la televisione di Stato ha scelto di adeguarsi al modello di gran lunga vincente proposto dalla Mediaset (ed il risultato è che oggi la Rai in buona parte ne è solo una copia sbiadita). Oggi ci sono sicuramente migliaia di giovani e meno giovani disposti a offrire qualsiasi cosa pur di ottenere una fugace apparizione sul piccolo schermo, e non ci sarebbe bisogno di richiamare alla memoria gli scandali degli ultimi anni per esserne certi.
La connivenza dello Stato con le lobby di potere e con la criminalità organizzata per il controllo del Sud ha una lunghissima storia alle spalle. Se anche Berlusconi venisse riconosciuto colpevole, il suo sarebbe solo l'ultimo di una interminabile serie di episodi che vanno dall'Unità d'Italia ad oggi. Così come quello dell'inefficienza dei governi locali e della pubblica amministrazione non è certo un problema recente, né è ascrivibile ai soli governi di destra.

Fare di Berlusconi l'unico bersaglio, un idolo, un feticcio, vederlo come un Santo o come il Male assoluto del paese è il modo migliore per disconoscere la scomoda realtà delle cose. E la realtà delle cose è che l'Italia non tornerà magicamente a fiorire quando Berlusconi avrà finito il suo ruolo in politica. Perchè l'ascesa di Berlusconi è stata resa possibile da una società disillusa, stanca e profondamente corrotta. Questa società c'è ancora. La classe politica che oggi ci ritroviamo, maggioranza e opposizione, è figlia della nostra nazione. Non ce la siamo ritrovata tra capo e collo: siamo stati noi ad allevarla con la nostra straordinaria capacità di dimenticarci dell'interesse pubblico nel nome delle nostre piccole e meschine convenienze private; l'abbiamo accudita con la pigrizia ed il disinteresse che ci appartengono. Non culliamoci, quindi, nell'illusione che sia stato un individuo solo a far scendere il nostro paese nel baratro. Nello stato attuale delle cose, solo una profonda e sincera rivoluzione culturale può cambiare questo paese. Ma rivoluzione culturale significa assumersi le proprie responsabilità e decidere di contribuire in prima persona al cambiamento. A partire da oggi.
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Mentre in Italia l'attenzione di molti è focalizzata sul dibattito riguardo la pillola abortiva RU486, come se fosse qualcosa di più che una prassi medica come tante per l'interruzione della gravidanza e consentirne o vietarne l'uso potesse rivelarsi determinante per la soluzione della questione sull'aborto (che, almeno per lo stato italiano, è stata invece già ampiamente risolta dalla legge 194/78), nel mondo accadono casi che dovrebbero farci riflettere criticamente sui presupposti in base ai quali presumiamo di poter distinguere nettamente ciò che è umano e ciò che non lo è, di poter tracciare una sicura linea di demarcazione tra vita autocosciente investita di diritti e mera esistenza biologica che, essendo al di fuori di qualsiasi tutela legale, può essere impunemente rimossa.

Il 9 settembre a Gorleston, Norfolk, Sarah Capewell ha visto morire suo figlio, dato alla luce il quinto giorno della ventunesima settimana di gravidanza. In Gran Bretagna la terapia intensiva per i nati prematuri è prevista a partire dalla ventiduesima settimana. Questo perchè, come i medici hanno risposto alle richieste della madre per le cure necessarie alla sopravvivenza del figlio, le probabilità di sopravvivenza per chi nasce così prematuramente sono molto basse ( per quelli nati durante la ventitreesima settimana si aggirano intorno al 16% ). E perchè a quanto sembra fino al raggiungimento della ventiduesima settimana (appena quarantott'ore dopo) di sviluppo la legge avrebbe definito suo figlio un feto, non un neonato. E ai feti non sono garantiti diritti giuridici, quindi neppure quello alle cure necessarie per avere una chance di sopravvivere.
La vicenda è talmente forte da sollevare le nostre perplessità riguardo l'opportunità di pubblicare un articolo al riguardo. Ha però la caratteristica di evidenziare con forza drammatica l'assoluta inadeguatezza della nostra mente a deliberare su temi come la vita e la morte, temi che sono tanto fondamentali per il nostro essere uomini quanto evanescenti. Sollecitare la discussione partendo da simili fatti, fatti scandalosi e difficili da digerire, può però porre sotto gli occhi di tutti l'urgenza con cui dovremmo tornare a interrogarci su simili questioni, che riguardano l'essenza di qualsiasi possibile concezione dell'uomo. Di fronte ad un caso simile appare chiaro come ogni pretesa di tracciare una separazione a priori tra vita umana e “semplici aggregati di funzioni biologiche” sia una decisione obbligatoriamente arbitraria e priva di punti di riferimento oggettivi.

Noi non sappiamo esattamente cosa sia il miracolo dell'autocoscienza, né quando accade né come. E se il possesso di diritti è legato all'autocoscienza, è chiaro che se si vuole tentare di distinguere tra un “prima” e un “dopo”, lo si fa senza conoscere ciò di cui si parla.
La coscienza, l'individualità, la percezione di sé si formano con un processo graduale, le cui tappe ci sfuggono. Sono destinate inevitabilmente a sfuggirci: l' unica maniera per conoscere uno stato di coscienza è provarlo in prima persona, e nessuno di noi sa ( o, per meglio dire, ricorda ) cosa prova un neonato, cosa sente, né men che un feto. Benchè – com'è ovvio – i neonati siano tutelati legalmente, per quanto ne sappiamo la loro coscienza individuale potrebbe diventare completamente formata solo più avanti negli anni. Poste queste ovvie premesse ci verrebbe da dire che qualunque cosa sia di preciso la coscienza, se essa è, come sembra, strettamente connessa alla presenza di un sistema nervoso centrale, allora da quando lo stesso sistema nervoso centrale raggiunge un certo stadio si sviluppo dobbiamo riconoscere alla creatura una sia pur primitiva forma di consapevolezza. Almeno da quel momento in poi non si può più parlare di materia inerte. E' già una forma di vita che si può definire umana? Chiaramente dal punto di vista delle capacità cerebrali, dal punto di vista della capacità di ragionamento e di una percezione di sé completamente sviluppata, no – ma, come abbiamo già detto, probabilmente non c'è un unico punto di svolta in cui una generica forma di coscienza si trasforma in coscienza umana, ma una crescita graduale.

Che il feto non si possa mai ridurre a pura e semplice materia di cui è lecito disporre a proprio piacimento ce lo suggerisce anche la genetica: dal momento della fecondazione dell'ovulo la creatura ha già un suo dna individuale – per cui, seppur dentro il corpo della madre e da esso dipendente, è già un organismo a sé stante. E, pur senza voler recuperare teorie di Aristotele che alla sensibilità moderna possono sembrare vetuste e inattuali, ci sentiamo di affermare che il feto è già un essere umano “in potenza”: stando alle informazioni contenute nel suo codice genetico è già come “programmato” per diventare nel corso della crescita un individuo umano in tutto e per tutto.

Concludiamo con una breve riflessione volta a chiarire il nostro punto di vita. Qualsiasi teoria formulata su basi dogmatiche religiose ha in sé la caratteristica di non poter per sua stessa natura essere applicata a chi non condivide quel credo. Ma la tutela dell'embrione umano non è una questione che veda coinvolta da una parte una mentalità religiosa e dall'altra una concezione laica della vita. E' per il principio di autodeterminazione a noi caro – e tante volte innalzato a principio fondante dello stato laico – che riteniamo che qualunque cosa si voglia considerare l'essere umano, pura esistenza materiale e biologica, unione di anima e corpo o chissà cos'altro, l'unica autorità in grado di decidere della vita e della morte di un individuo sia l'individuo stesso. E dato che, per le ragioni di cui sopra, riteniamo che non ci sia modo di tracciare un confine temporale netto che ci indichi quando la biologia si trasforma in autocoscienza, e che l'embrione sia già perlomeno un individuo “in potenza”, anche il feto e l'individuo che è o che diventerà vada protetto da chiunque voglia esercitare il diritto di vita e di morte in sua vece. Fatti salvi ovviamente i casi “di confine” in cui la sua crescita può compromettere per ragioni mediche la sopravvivenza della madre.
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Nell’opera Umano troppo umano, il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche scrive una tagliente sentenza a riguardo del cristianesimo (una tra le tante): «Quando la domenica mattina sentiamo rimbombare le vecchie campane ci chiediamo: “Ma è mai possibile!Suonano per un ebreo crocifisso duemila anni fa, che diceva di essere figlio di Dio!”»
Se il filosofo tornasse oggi e leggesse i nostri giornali probabilmente pronuncerebbe nuovamente questa sentenza,riferendola stavolta non più alle “vecchie campane” bensì alla nuova polemica suscitata in seguito alla disposizione della Corte Europea che prevede di togliere dalle scuole nientemeno che il simbolo di quell'ebreo crocifisso. 
Anche noi ci chiediamo: è mai possibile? E’ mai possibile che, tra i tanti problemi di cui l’Europa dovrebbe (e deve) occuparsi si pensi proprio a condannare quella prassi secolare della sua società, quella di affiggere il simbolo del cristianesimo, la croce? Ed è mai possibile che ci si accanisca così tanto sulla questione? Viviamo in stati laici, dunque dovremmo essere d’accordo con la sentenza della Corte. Perchè allora tanta opposizione che è arrivata, in alcuni casi, a promettere quasi fino alla morte la difesa del crocifisso? Per zelo religioso in puro stile ebraico oppure per semplice shock culturale? Per analizzare il problema dobbiamo dare due spiegazioni: che cosa rappresenta in sè il crocifisso e che cosa rappresenta agli occhi delle persone, sia di quelle che lo vogliono lasciare appeso, sia di quelle che lo vogliono appeso solo altrove. Ciò che rappresenta in sé è facilmente intuibile: è la rappresentazione del cuore del cristianesimo e cioè il sacrificio del dio che, per amore, nasce nel mondo come Gesù, Yeoshua di Nazaret e viene crocifisso a causa della malvagità umana, invitando tutti a prenderlo da esempio, a fare del sacrificio di sé finalizzato al bene altrui una radicale scelta esistenziale. Se è scelta implica un soggetto che prenda posizione, cosa che è in antitesi con il concetto di tradizione culturale che invece viene assimilata involontariamente. Dobbiamo allora capire come viene visto questo simbolo agli occhi di chi lo espone; occorre però fare prima una precisazione e cioè che, essendo stato il cristianesimo religione di stato per secoli, ha sempre affisso il simbolo della sua fede in tutti i luoghi della vita pubblica; questa è diventata un’abitudine che si è profondamente incarnata nella tradizione del popolo europeo. La differenza tra chi lo affiggeva perché profondamente convinto del messaggio che portava e chi lo affiggeva per convenzione, usanza o magari per scongiuro o ancor di più per sfruttarne il risvolto politico non era individuabile perché non era possibile professarsi pubblicamente non cristiani, figuriamoci rifiutare l’affissione del crocifisso nei luoghi pubblici. Oggi invece questo è possibile ed è anche possibile, per chi non abbraccia la prospettiva cristiana,vederlo come un semplice residuo di un’epoca passata. 
C’è allora chi lo vede come espressione della sua scelta esistenziale, chi come una normale tradizione del suo popolo, chi ancora come un simbolo dal quale non si sente rappresentato. La risposta allora non dovrebbe essere quella di togliere il crocifisso perché sentito come fastidioso o per risentimento personale (cosa che probabilmente ha influito sulla sentenza della Corte) né opporvisi perché si ha paura della scomparsa del cristianesimo dalla terra europea. Il problema infatti è che, se si espone un simbolo di fede, quindi di adesione esistenziale, in un luogo pubblico, significa che questo gesto è espressione della volontà delle persone che frequentano quel luogo; nel momento in cui, come nel nostro caso, ciò non corrisponde alla realtà perché la scelta esistenziale delle persone nei luoghi in questione non è la stessa, affiggere il crocifisso resta un gesto svuotato del suo scopo e cioè rappresentare una fede condivisa da tutti i membri che frequentano quelle mura. Ecco allora che rimane una semplice abitudine, consuetudine, tradizione. 
Chi crede nel crocifisso sa che questo deve essere affisso in primo luogo nell'intimo della propria persona; di conseguenza non sarà per lui un problema se, andando a scuola, non dovesse vederlo affisso nella parete frontale. E se addirittura dovesse essere l’unico a credere in quel simbolo, troverebbe estremamente coerente con l’ambiente la sua assenza. Allora si sforzerebbe di portarlo, non più nei muri ma, attraverso il suo esempio, nelle storie degli altri e non più in forma di legno ma in forma di vita.
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Il 15 ottobre un missile drone teleguidato ha fatto almeno quattro vittime nel Nord Waziristan, in territorio Pakistano. Il bombardamento è stato effettuato presumibilmente da forze statunitensi, intenzionate a colpire un sospetto campo militare talebano.

L'episodio, che ha trovato pochissima risonanza nei media, è solo l'ultimo di una lunga serie di attacchi degli USA in territorio pakistano, ed è uno dei meno gravi in termini di perdita di vite umane. Infatti è dal lontano 2004 che gli USA conducono in Pakistan una guerra segreta. Segreta perchè perlomeno per noi Italiani si è svolta, e continua a svolgersi, coperta da un silenzio quasi assoluto dei mass media. E segreta anche per via delle scelte tattiche delle forze americane: la quasi totalità degli attacchi è effettuata tramite bombardamenti mirati con missili-drone comandati a distanza, e con attacchi-ombra da parte di soldati sotto copertura.

Il principale teatro d'azione ha luogo nelle zone ad Amministrazione Federale (indicate nella mappa come FATA, ossia "federally administered tribal areas") situate al confine con l'Afghanistan: queste, pur riservandosi una rappresentanza in parlamento ed essendo giuridicamente sotto il controllo dello stato pakistano, sono abitate da tribù con un forte spirito d' indipendenza; è  quì che hanno trovato asilo, e col tempo esteso la loro influenza, parte delle forze di Al Qaeda. Agli Stati Uniti è apparso, quindi, naturale includere il Pakistan tra le zone nel mirino della Guerra al Terrore. Nel 2006 a essere vittima dei bombardamenti americani fu, tra gli altri, anche il villaggio di Damadola, dove si riteneva che avesse trovato rifugio il “braccio destro” di Bin Laden, Ayman al-Zawahiri. In quell'occasione l'attacco causò almeno 18 morti tra cui, si ritiene, alcuni membri dell'organizzazione terroristica, ma non lo stesso Ayman, che al momento dell'attacco non si trovava nel paese. L'ottobre dello stesso anno un altro bombardamento alla madrasah (scuola religiosa islamica) di Chenagai, che si dice fosse utilizzata come campo d'addestramento, fece almeno 80 morti. L'8 Settembre '08 l'attacco ad un'altra madrasah, quella di Daande Darpkhel fece 23 vittime, tra cui otto bambini, e perlomeno 18 feriti. Ci siamo limitati a citare solo pochissimi tra i casi degli ultimi anni, di cui è disponibile in rete una cronologia ben più completa che parte dai primi, sparuti attacchi nel 2004 e si prolunga fino a quelli, decisamente più numerosi, avvenuti nel corso dell'anno corrente.

Gli attacchi condotti dagli USA nelle regioni federali si aggiungono a precedenti scontri per il controllo del territorio tra l'amministrazione centrale del Pakistan e le tribù delle Aree ad Amministrazione Federale. Malgrado voci insistenti farebbero supporre l'utilizzo di basi pakistane per il decollo dei droni americani, il governo del Pakistan - attualmente in mano a Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto - ha negato ogni coinvolgimento negli attacchi, e anzi ha sempre definito questi attacchi americani, che a suo dire verrebbero condotti unilateralmente senza la collaborazione con le forze pakistane, come una vera e propria violazione della sovranità del Paese. Il mancato coinvolgimento del governo locale verrebbe giustificato, stando alle dichiarazioni americane, dal forte sospetto della presenza di simpatizzanti per al Qaeda all'interno dei servizi segreti del Pakistan.

Qualora effettivamente gli attacchi fossero condotti senza alcun coinvolgimento del governo locale, le circostanze giustificherebbero una simile violazione della sovranità pakistana? La presenza in uno stato di singoli gruppi terroristici, gruppi persino ostili al governo locale, sono una buona ragione per violarne impunemente i confini con delle azioni militari? E' lecito condurre, come nei fatti accade, una guerra contro uno stato che non ha alcun coinvolgimento nelle azioni dei terroristi annidati all'interno del proprio territorio?
La questione potrebbe sembrare una semplice sottigliezza formale e giuridica, se non tenessimo conto delle vittime civili e degli effetti dei bombardamenti americani sul territorio pakistano.
Potrebbe sembrare una questione superflua se, infine, non ci ricordassimo che tutto l'assetto internazionale odierno si basa su simili sottigliezze, sottigliezze come il principio secondo cui ciascuno Stato è sovrano del territorio compreso nei propri confini, territorio che non può essere legalmente violato da altri Stati. Ciascuno può immaginare che fine farebbe la già compromessa e illusoria stabilità dello scenario politico internazionale qualora la violazione di tali regole formali divenisse, sulla base di simili precedenti, la regola e non l'eccezione.


Aaron Allegra



Tra le fonti consultabili:
Times Online sull'attacco di Damadola

Sito della BBC
Sito del New York Times: bombardamento di Daande Darpkhel

Cronologia dei bombardamenti americani secondo il sito Pakistani Intellectuals






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Allontana il tuo pensiero da questa via di ricerca e non ti spinga su di essa l'abitudine di lasciarti guidare da un occhio che non vede, da un orecchio che rimbomba e dalla parola: giudica invece con ragione. (Parmenide)

Il documentario sopra titola "il Corpo delle donne", realizzato da Lorella Zanardo la quale prova, mi sembra con successo, a metter da parte l'occhio che non vede cercando di recuperare il volto considerato troppo rugoso per la porcellana televisiva.

Era questo l'intento del femminismo de "Una donna ha bisogno di un uomo come un pesce di una bicicletta"?


Sono queste donne, figlie e mamme , comparse mute o donne-piededitavolo, il frutto e il simbolo dell'emancipazione femminile?
Questo topos televisivo della donna è frutto di sfiducia nella reale possibilità che possa esistere parità de facto tra uomo e donna o è l'ennesima prevalicazione di una visione machista della donna all'interno del panorama televisivo?

Se la sfiducia è l'ingrediente che non ha fatto fermentare un'immediata e intensa ribellione a questa direzione, difficile risulta trovare motivazioni ragionevoli che giustifichino la visione del corpo-oggetto al di fuori di una visione rivisitata e resa "socialmente accettabile" del maschilismo di terza categoria.

A tal proposito Gad Lerner scrive nel suo blog riguardo A.Ricci:
"vedo in lui -che adora pensarsi nichilista e sovversivo- il Dante Alighieri del berlusconismo; cioè il vate che ha tradotto nella lingua volgare della televisione commerciale una mentalità degradante e misogena, da vitelloni e da frequentatori di casino, senza un passo avanti rispetto all’italietta puttaniera e clericale degli anni Cinquanta."

Ben vestito e con la falsa democrazia del telecomando questo libertinaggio sul corpo delle donne (c'è chi lo definisce "fascismo estetico" ma accostamenti cosi arditi li salto a piè pari) come era facile aspettarsi si è fatto strada fra gli uomini ma fuori da ogni aspettativa (o buon senso) ha preso possesso anche delle donne.

Sotto questa luce,o in questo buio, non è più la possibilità di poter lavorare e realizzarsi professionalmente pur avendo una famiglia  la conquista del nostro tempo (alludendo con "professionalmente" a capacità coltivate che trascendono la semplice esposizione di decoltè) ma la possibilità "di andare a letto con tanti uomini  e non venire considerate cattive ragazze".

La ricerca della parità si è trasformata in una disdicevole ricerca acritica di uguaglianza. Le opportunità nell'essere libere di fare e libere da pregiudizi si è trasformata in una continua ricerca di appagamento unidirezionale dal sexy per il sexy nel sexy (naturalmente per gusto e desiderio squisitamente maschile).

Le mie fiducie si ripongono nell'indisponibile femminilità donna che continuerà a esistere e prender piede a sfavore di una femminilità uomo unicamente dipinta con colori nudi che tanto hanno di volgare e veramente poco di sensuale.

Gabriele Pergola



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E' adesso o nell'immediato futuro che, secondo le autorità sanitarie, la diffusione dell' influenza A dovrebbe trasformarsi in pandemia. E' di scottante attualità, quindi, il dibattito sull'opportunità o meno della vaccinazione contro il contagio.
Tra tesi complottistiche più o meno verosimili e pronunciamenti di dubbia neutralità a favore della prevenzione, abbiamo provato a raccogliere e collegare meglio che potevamo alcuni dati. Ciascun lettore sarà poi libero di trarre le conclusioni che preferirà.

- Stando alle statistiche aggiornate alla data del 19 ottobre, i casi confermati di influenza suina sono più di 399.232 . Quelli mortali, 4735: in percentuale, circa l'1%. Una percentuale relativamente bassa: bisogna però specificare che i casi di decessi di persone che non presentavano debilitazioni precedenti alla malattia sono stati finora più alti rispetto alle normali influenze stagionali.

- La decisione del governo di non chiudere le scuole – teoricamente indice di una bassa valutazione del rischio – e la bassa percentuale di decessi di cui sopra fanno apparire ingiustificata l'entità della campagna di vaccinazione che, secondo le intenzioni del Ministero, sarà “la più grande vaccinazione di massa mai effettuata in Italia”: dovrebbe coprire il 40% della popolazione.

- I primi vaccini, a disposizione degli operatori sanitari e delle altre categorie a rischio, saranno pronti solo il 15 novembre, mentre le dosi destinate a giovani e anziani verranno distribuite a partire dalla fine dell'anno. Quando la malattia dovrebbe essere già in piena diffusione.

- Risale ad appena pochi anni fa il clamoroso caso di contaminazione dei vaccini contro l'influenza aviaria con campioni di virus vivi e letali. Contaminazione che la casa produttrice del farmaco ha sostenuto essere stata accidentale, sebbene l'alto protocollo di sicurezza della struttura in cui il vaccino è stato prodotto dovrebbe escludere la possibilità di errori tanto grossolani (e letali). Oggi a produrre il vaccino contro la pandemia dell'influenza A è la stessa casa farmaceutica incriminata, la Baxter.

- Stando ad una lettera delle autorità britanniche pubblicata sul Daily Mail risalente al 29 luglio, si temono eventuali connessioni tra alcune malattie neurologiche (sindrome di Guillain-Barrè ) ed il vaccino. Probabilmente questo timore si riferisce a ciò che accadde nel 1976 negli Stati Uniti: a seguito dell'allarme lanciato per una possibile diffusione pandemica di influenza suina – allarme che si rivelò essere una bolla di sapone – fu avviata una massiccia campagna di vaccinazione: si registrarono più di 500 casi di sindrome di Guillain-Barrè tra coloro che avevano assunto il farmaco, farmaco che causò più decessi dell'influenza stessa. Il vaccino fu ritirato dal commercio dopo appena dieci settimane.

Detto ciò riteniamo opportuno sottolineare, benchè possa sembrare ovvio, che nessuno di noi può avanzare una previsione realistica sull'effettiva letalità della pandemia prevista per quest'autunno ( sempre che, e non ce lo auguriamo di certo, di pandemia si tratterà ). Nessuno può sapere con certezza se si rivelerà più saggio vaccinarsi o meno. Ma, stando ai dati attualmente nostra disposizione e alla stima del rapporto rischio/beneficio che da essi ci sentiamo di dedurre, ci sembra doveroso invitare alla prudenza e ad una più meditata valutazione chiunque abbia già deciso, forse a cuor leggero, di vaccinarsi non appena il farmaco sarà disponibile. Dal canto nostro ci ripromettiamo di approfondire nelle settimane a venire alcuni degli aspetti più interessanti del problema di cui qui ci siamo limitati a fornire un breve riassunto: cercando, per quanto possibile, di porre luce su una questione che probabilmente influenzerà in modo decisivo il nostro futuro prossimo.

Aaron Allegra
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Vorrei che riflettessimo riguardo al recente attentato avvenuto in Afghanistan contro i militari italiani della Folgore che ha causato la morte di sei uomini. Gli attentatori,i Talebani,sono persone estremamente pericolose, frutto di un’educazione religiosa da quattro soldi, abituati a risolvere i problemi con la violenza, traboccanti di presunzione che li fa sentire i veri riformatori dello stato musulmano. Hanno sfruttato appieno il punto debole della religione: il suo essere vulnerabile a strumentalizzazioni finalizzate alla giustificazione di atti di violenza.

Di fronte ad una tale situazione, la soluzione più evidente sembra essere quella adottata dagli States,seguiti a ruota dall’Italia,ossia la cosidetta “pacificazione”,eliminazione dei nemici che ostacolano lo sviluppo della democrazia. D’altronde, noi occidentali ci sentiamo maestri di democrazia, ma forse dovremmo essere i primi ad imparare, visto il marciume di cui è macchiato il nostro sistema. Un esempio palese di quanto siamo democratici e rispettosi della pace è che siamo, al secondo posto dopo gli USA, i maggiori produttori di armi. Le stesse armi che vengono comprate dai terribili talebani, le stesse armi contro le quali, probabilmente, combattevano i sei della Folgore!

Piangere dunque per la morte di ragazzi mandati a combattere una guerra da noi stessi fomentata in nome del Sacro Dio Denaro adorato tramite il commercio di armamenti,appare come una disgustosa ipocrisia. E’ ovvio che ciò non significa che la responsabilità sia tutta del mercato ,ciò toglierebbe la responsabilità dei militanti fondamentalisti in quello che hanno fatto, ma dobbiamo almeno dire con oggettività che, mandare avanti il mercato bellico significa desiderare che ci siano guerre in cui vengano acquistati i suoi prodotti, guerre dunque impossibili senza tali mercati. E così entriamo in uno squallido circolo vizioso dove è sempre il profitto a dettare legge. Il governo italiano non può dirsi dispiaciuto per la morte dei suoi militari se poi una politica di disarmo,che ridurrebbe drasticamente tutte queste morti, non rientra nemmeno lontanamente nei suoi progetti.

E i sei della folgore? Erano consapevoli di tutto questo? Sapevano che accettando di partecipare a questa guerra si sarebbero offerti come vittime sacrificali per la adorata Divinità Monetaria? Sapevano che risolvere il problema con la violenza non salverà l’Afghanistan? Sapevano che l’Afghanistan è uno dei maggiori produttori di oppio e che lo commercia solitamente in cambio delle solite care vecchie armi? Il dolore per la loro morte è grande e non può essere altrimenti. Soltanto, però, penso che piuttosto che definirli martiri, come è stato fatto da alcuni, sarebbe meglio il termine vittime. Vittime di un’illusione: la “pacificazione” dell’Afghanistan; di una dittatura: il regime talebano; di un fariseo ipocrita: il governo e il suo mercato bellico, che si impegna a difendere una pace che viene ostacolata dai suoi stessi commerci. Difendere la pace con le stesse armi che la sopprimono. Forse a scuola non erano delle cime e si sono dimenticati un semplice concetto filosofico, il principio di non-contraddizione?

Pietro Lo Re
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Impegnandoci a non cadere in faziosità autoreferenziali, nella cronaca fine a se stessa e in una satira che non lascia spazio alla discussione, speriamo che la condivisione delle nostre premesse vi spinga a mettervi in gioco contribuendo attivamente alla creazione di un clima stimolante per lo sviluppo di proficue riflessioni.
Per rendere questo spazio uno spazio comune e maggiormente aperto al dibattito costruttivo e pacifico tra le più differenti posizioni, accetteremo anche riflessioni e articoli da parte di voci esterne allo staff, di chiunque sia in grado di esporre compiutamente e con rispetto il proprio pensiero.

Lo staff di Attrito
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